Vi avevo lasciato a Davos, dove il gotha dell’economia e della politica internazionale prendeva atto del cambio di passo della globalizzazione. Il tutto in un clima di rassegnazione post-Brexit, misto allo stupore per la fresca elezione del dirompente Donald J. Trump.
Un Word economic forum all’insegna del paradosso, dove  la grande assente era la delegazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, controbilanciata  però da un inatteso alfiere del libero mercato, il presidente cinese Xi Jinping. Ebbene sì, un quadro inedito per noi spettatori del vecchio continente, sempre più inquieti e stretti tra vicini ingombranti. Consolidate prospettive sembrano dover lasciare il passo a nuovi orizzonti, un equilibrio geopolitico che da ponente sembra oscillare a Levante. Quello che ci destabilizza più di tutto però è la sempre meno ben disposta e omnicomprensiva politica americana nei confronti europei. Tra accuse di scrocconeria in materia di difesa unite a quelle di surplus commerciale in ambito economico, lo stile politicamente scorretto di matrice trumpista apre sonori varchi nelle certezze europee. Vengono pertanto accolti con una levata di scudi dai vari partner commerciali europei ed asiatici gli ultimi due decreti esecutivi in campo commerciale varati dall’amministrazione Trump. Tali decreti infatti a detta del segretario al commercio Will Ross altro non sarebbero altro se non la risposta americana ad anni di abusi commerciali subiti dal suo paese. Il primo decreto, infatti conterrebbe norme per prevenire i già citati abusi, mentre il secondo in chiave anti-cinese conterebbe un rafforzamento alle misure anti-dumping.
Ma veniamo a noi, questa offensiva commerciale avrebbe alla base un rifiuto portato da Bruxelles all’importazione di carni d’oltre oceano, contenenti ormoni, sulle tavole europee. Tale diniego avrebbe quindi scatenato la reazione poco controllata della nuova amministrazione che avrebbe pertanto deciso di imporre dazi su alcune merci europee fino al 100%. Tra le illustri vittime di questa caccia alle streghe ci sarebbero noti marchi come la svedese Husquarna o l’austriaca KTM, seguita dalle minerali San Pellegrino e dalla francese Perier. Oltre a questi la nuova legislazione colpirebbe anche la nota casa italiana produttrice  di veicoli a due ruote, Piaggio e con essa la mitica Vespa, sogno italiano del dopoguerra e simbolo del made in Italy di successo. Con tale mossa neanche a dirlo il tycoon Newyorkese è riuscito a mettere d’accordo due ex presidenti del consiglio italiani, nella fattispecie Matteo Renzi, propugnatore strenuo del “Italian do it better” e l’europeista Enrico Letta, quest’ultimo sostenitore di una ferma risposta europea, alle politiche da teppistelli d’oltre Atlantico. In tutto questo Bruxelles interpreta la parte da convitato di pietra, cercando di mantenere l’aplomb di chi nonostante tutto sa di restare il maggior partner dell’economia americana. Quello che tuttavia si va propagando è un sentimento di preoccupazione, ora che sotto il cappello dello Zio Sam non sembra più esserci posto per tutti ed il suo sguardo si è fatto più severo d’un tempo. Una realtà internazionale in pieno mutamento, in cui occorrono a chi non vuol restare stretto dagli eventi, di aggiornare la sua agenda strategica in vista delle sfide del futuro. Ed è proprio questo che dovrebbe fare l’Unione Europea, ora che si viene instaurando una politica sempre meno “friendly” da parte del suo storico benefattore statunitense. Come già suggerito da Enrico Letta ex primo ministro italiano, l’Europa può e deve guardare all’Asia, dove una Cina paladina del libero mercato cerca di puntellare  la governance globale in vista dello sfilacciarsi della pax americana. E’ ormai chiaro infatti il ruolo che può giocare l’attivismo cinese nei confronti del vecchio continente. Con progetti infrastrutturali stimabili nell’ordine dei trilioni all’interno del progetto di una rediviva via della Seta, Cina ed Europa sono destinate a toccarsi in una politica di interscambi commerciali e culturali destinata a rimodulare gli schemi fin qui elaborati. Certo i tempi sono maturi per simili previsioni, mentre i paradigmi che ancora reggono la scena globale sono destinati a durare, ma chi può dire se le nuove rotte orientali non diverranno valvola di sfogo dei prodotti europei, Made in Italy compreso.