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Frammenti di mondo

Morsi, emblema dell’instabilità nordafricana e della debolezza europea

Ieri è morto l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, colto da un malore durante un’udienza in tribunale. Il capo di stato emerito, unico liberamente eletto della storia del Paese, era in carcere da quando un colpo di stato militare lo depose nel 2013, appena un anno dopo la sua elezione. Membro del partito Fratellanza Musulmana, aveva tentato di trasformare l’Egitto in una repubblica islamica, cosa che aveva causato la reazione di parte della società civile e dell’esercito. La sua morte si inserisce nelle dinamiche uniche del mondo islamico e della sua divisione in numerosi blocchi, che vanno capite a fondo per comprendere gli avvenimenti dell’area mediorientale. Il parziale abbandono statunitense e la debolezza della, seppur crescente, influenza russa, rendono una delle aree più instabili del pianeta un unicum geopolitico molto complesso. Sono infatti diversi gli attori regionali che si contendono la supremazia nell’area mediorientale, divisi sia da ambizioni di potenza che da diverse concezioni dello Stato e del suo rapporto con la religione.

Il colpo di stato del generale Al-Sisi, che governa in modo autoritario da allora, si inserisce in questo contesto come uno scontro tra islamismo moderato, cioè regimi non democratici basati sulla sharia, ed il vecchio baathismo, che invece ha una concezione nazionalista e laica dello Stato. Esponente del primo è il presidente turco Erdogan, che infatti è stato anche il primo a dare le condoglianze alla famiglia del deceduto ex-presidente, definendolo “martire”, mentre nel secondo gruppo vi è ad esempio Al-Assad, presidente siriano. Si può capire quindi come la politica interna dei Paesi della regione è altamente influenza da questi blocchi e viceversa l’appartenenza ad un’alleanza o ad un’altra dipende dall’ideologia e dalla religione del leader locale.

Oltre a Turchia ed Egitto, i leader delle fazioni interne al mondo islamico sono Iran (islamisti sciiti) e Arabia Saudita (islamisti sunniti). Questi 4 Stati, insieme a Stati Uniti e Russia, fomentano ribellioni e gruppi di opposizione nei Paesi appartenenti agli altri blocchi, di fatto rendendo instabile la regione. Due esempi lampanti sono Siria e Libia, che sono diventati i principali campi di battaglia per il predominio sul Medio Oriente. Il conflitto siriano, ormai prossimo alla sua conclusione, vedeva partecipanti tutti gli attori principali. La Turchia ha supportato attivamente i ribelli della zona nord-ovest del Paese, gli USA i curdi ed i democratici, l’Arabia gli islamisti, l’Iran, la Russia e l’Egitto, per diversi motivi, il governo in carica. Questo ha creato uno degli scenari più complessi della regione. In Libia invece, sono il governo di Al-Serraj e quello del generale Haftar a contendersi il diritto di governare, con i vari attori regionali schierati con uno dei due sfidanti e l’intervento diplomatico anche di Stati europei come la Francia e l’Italia.

Questo scenario viene visto come il fallimento della politica estera dell’Unione Europea. Infatti, la diplomazia comunitaria è riuscita a fare ben poco per rappacificare l’area, sia perché debole di suo, non possedendo esercito proprio, sia perché sabotata internamente da alcuni Stati che agiscono in maniera opposta alla posizione comune, come la Francia. Evidente è il fatto che l’Unione Europea è completamente fuori dai giochi ed impotente. Da qui passa il futuro dell’UE, la necessità di rafforzare le strutture comunitarie per poter permettere una voce forte e comune in grado di facilitare la distensione tra i blocchi mediorientali e di impedire agli Stati membri di prendere decisioni contrarie all’interesse europeo.

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