Per contenere l’immigrazione in termini sostenibili, l’Europa deve anzitutto darsi dei confini e presidiarli. Deve poi promuovere nuove forme di cooperazione a partire dai Paesi mediterranei, compresi quelli politicamente instabili

L’immigrazione è il settore nel quale l’Unione sta rimediando le sue peggiori magre. Su un tema meritevole di una comune visione di largo respiro, ha fatto un salto indietro ed è tornata a dividersi tra est e ovest. Le Repubbliche baltiche, la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia, e la Romania hanno rifiutato di accollarsi quote obbligatorie di migranti, accampando la difesa dell’identità nazionale e tirando su muri. Lo stesso ha fatto l’Austria, ripristinando i controlli al Brennero e rimarcando una divisione anche fra nord e sud, cui si è unita la Francia con l’esemplare barriera di Ventimiglia.

Ogni Stato ha una sua specificità ovviamente, ma il senso generale di tale frammentazione ai quattro punti cardinali è il funerale di Schengen preliminare a quello dell’euro, che in quegli accordi trova il suo fondamento. Di fronte a questa pericolosissima deriva, i 28 Capi di Stato non hanno saputo fare di meglio che chiedere ad Erdogan di riprendersi in Turchia gli immigrati fuggiti sulle isole greche e di cedere un profugo siriano per ogni immigrato economico respinto dall’Europa, finanziando l’operazione. E’ un’idea cervellotica, discriminatoria e con venature razziste, prontamente denunciata dal Commissario Onu per i rifugiati, che sconsiglierà ai disperati afro-asiatici la rotta balcanica e li indirizzerà su Lampedusa e l’Italia. In questa decisione non si trova nemmeno un’ombra delle analisi, che da anni si stanno facendo sulle grandi mutazioni demografiche, economiche e sociali trainate dalla globalizzazione. Sono analisi che si trovano nei documenti dei principali Istituti di studio internazionali ed in numerosi rapporti della stessa Unione, che evidentemente se ne dimentica quando deve prendere decisioni politiche destinate ad incidere sugli umori dei singoli elettorati nazionali. E’ arcinoto, per citare qualche dato, che la popolazione mondiale di qui a fine secolo passerà da 7 a 11 miliardi, con un trend continuo e territorialmente non uniforme. Il maggior contributo verrà dall’Africa, che passerà dall’attuale miliardo di abitanti a 4 miliardi, mentre altre regioni importanti come la Cina e l’India cresceranno poco o rimarranno stabili e l’Europa conoscerà la contrazione più sensibile riducendo il proprio peso demografico dal 7 al 5% della popolazione mondiale.

Se teniamo conto che l’Europa farà di tutto per non lasciarsi strappare i propri primati economici e sociali che le attribuiscono il 25% del Pil ed il 50% del welfare mondiali, è facile capire quale direzione prenderanno i flussi migratori e con quale intensità. Non per niente Massimo Franco ha titolato “L’Assedio” il suo recente libro sul tema, mettendo nel conto anche le paure che ingigantiscono il fenomeno (Mondadori, marzo 2016). I Paesi che più di altri lo hanno conosciuto sono in affanno, dopo aver capito che le politiche fin qui seguite sono inservibili. La Francia ha creduto nella assimilazione, un modello in base al quale l’immigrato deve diventare francese e seguire regole e stili di vita dei nativi tenendosi per sé la propria cultura e le proprie convinzioni religiose. L’Inghilterra, come gli Usa, si è data il modello multiculturale riconoscendo le specificità dei vari gruppi etnici e confidando nella loro capacità di convivere gli uni accanto agli altri nel rispetto reciproco. L’Italia non ha fatto alcuna scelta definita, mantenendo di fatto una linea vicina al multiculturalismo corretta da qualche misura per l’integrazione.

Tutti questi modelli non hanno impedito la formazione di larghe sacche di emarginazione sociale, sfociate spesso in cellule di terrorismo endogeno. Soprattutto sono improponibili per la loro dimensione nazionale. Le ondate migratorie attuali e prossime venture chiedono venga elaborata una politica a livello continentale su indirizzi nuovi e fondamentalmente attraverso programmi di inclusione sostenibili per quantità e qualità. Per arrivare a questi l’Unione deve anzitutto darsi un confine esterno e presidiarlo, riordinando le forze di sicurezza siano esse Frontex, Eurogendfor, Europol. E’ l’unica strada per contrastare la tendenza a ricostituire gli storici confini interni e nello stesso tempo per cominciare a organizzare un proprio apparato militare e di intelligence, superando la costosa e ininfluente dispersione nazionale ridicolizzata dai recenti attacchi terroristici.

Segnare un confine non significa necessariamente erigere un muro. Per non dar adito a malintesi, l’Europa deve poi porre mano a coraggiose politiche di cooperazione a partire dai Paesi mediterranei, facendo tesoro di decenni di esperienze fallimentari che hanno alimentato corruzione e dispotismi con enormi sprechi di risorse. Rispetto al passato oggi c’è una difficoltà in più posta dagli Stati politicamente instabili, numerosi sia sulla costa che nelle regioni sub sahariane e medio orientali. Dato che non possiamo pensare di relazionarci solo con la Svizzera, la cooperazione nei tradizionali settori dell’economia e dell’assistenza socio – sanitaria dovrà necessariamente accompagnarsi a qualche forma di sicurezza militare. L’intervento di un contingente italiano a protezione del Gruppo Trevi impegnato nel consolidamento della diga di Mosul in Iraq è un buon precedente, replicabile in altre aree a partire dalla Tunisia e dalla Libia dove sono presenti numerose imprese italiane, venete e vicentine. Interventi così coordinati e inquadrati in accordi internazionali possono comportare qualche rischio, ma sono salutari per le popolazioni locali e contribuiscono alla credibilità della politica estera dell’Unione, compromessa da troppi anni di assenza e dall’irragionevole protagonismo di qualche suo membro.