In queste settimane tutti i mezzi d’informazione hanno approfittato del “Dieselgate” della nota casa automobilistica tedesca per imbottire di notizie i loro contenitori. Ma di chi stiamo parlando? Quando parliamo di Volkswagen, infatti, possiamo riferirci a due diversi enti: la VW Aktiengesellschaft (AG) e la VW Auto. La prima è una gigantesca holding che controlla numerosi marchi in tutta Europa. È una vera e propria società per azioni che, grazie alle sue controllate, è presente in tutto il continente. È quotata alla Borsa di Francoforte ed è quella che ha subito il crollo finanziario, perdendo ben il 60 % del suo valore rispetto a marzo 2015 (il mese in cui ha registrato il suo valore massimo) e oltre il 40 % del suo valore rispetto ai giorni in cui è scoppiato lo scandalo emissioni: si è passati da 170 euro per azione a meno di 100 ad oggi. È la finanza, baby!

Un vero e proprio tracollo, che avrà ripercussioni su tutti i marchi del gruppo, quali:

  1. Audi;

  2. Man;

  3. Porsche;

  4. Seat;

  5. Skoda auto;

  6. Volkwagen auto;

  7. Scania AB;

  8. Volkswagen veicoli commerciali;

  9. Bugatti;

  10. Bentley;

  11. Lamborghini;

    1. Ducati;

    2. Italdesign Giugiaro.

 Le dimensioni di questa holding sono impressionanti, e condizionano l’intera produzione automobilistica del continente. Le ricadute di questa crisi, quindi, non verranno assorbite solo dal gruppo VW AG, ma si propagheranno anche a tutti quei fornitori e all’enorme indotto che contava su questa collaborazione per la propria sopravvivenza. In parole semplici, dallo scandalo Volksvagen perderanno anche le ditte italiane che erano il primo fornitore di ricambi e pezzi meccanici della casa tedesca.

La responsabilità di Volkswagen è grande, ma dobbiamo considerare anche gli effetti che questa campagna mediatica sta avendo su un settore già messo alla prova dalla crisi cominciata nel 2007. Il Dieselgate comporta la necessità di riconsiderare il lavoro degli stabilimenti di Modena, Martorell (Barcellona), Södertälje (Svezia), Plzeň (Rep. Ceca), e di tutte le piccole e medie imprese che collaborano con questi stabilimenti.

A questo punto ci si chiede quale sarebbe stato il migliore panorama possibile dal punto di vista politico per governare una crisi di questo tipo. Di fronte alle accuse mosse dagli Stati Uniti al produttore tedesco, ogni paese europeo ha preso le distanze da VW AG, lasciandola sola in questo momento così delicato. Per ovvi motivi, solo il governo tedesco si è preoccupato di sostenerla, offrendo un braccio a cui il gruppo possa appoggiarsi. In questo frangente, infatti, la Commissione Europea si è dimostrata estremamente debole e incapace di controllare le pressioni statunitensi, e non è riuscita a mediare in modo autorevole gli interessi cruciali delle NOSTRE economie.

Oltre a queste problematiche ci sentiamo di dissentire da un’altra questione. In questi giorni, abbiamo assistito alla deplorevole scena di numerosi politicanti (da tutta Europa, non solo italiani) che hanno utilizzato lo scandalo emissioni come leva politica per criticare e porre in cattiva luce tutte le politiche tedesche a livello europeo. Al posto di creare un sistema partecipativo adeguato, in molti si sono mossi per dar spazio al più triste populismo anti-tedesco. Questo metodo, anche se darà qualche piccolo risultato nel breve termine, risulterà deleterio nel lungo periodo, in quanto affievolirà il dialogo tra i vari paesi europei. Così, ci allontaneremo da quella che risulta essere la destinazione politica necessaria di questo “vecchio contintente”: un’unione federale di stati che condividono gioie e dolori, oneri e onori, piaceri e responsabilità.

“Per un’Europa libera e unita”,

Federico Cazzaro e Antonio Nicoletti