Cinque minuti di applausi hanno seguito l’approvazione dell’accordo tra i Paesi membri dell’ONU riguardo all’eliminazione delle armi nucleari, dichiarate illegali tanto quanto gli arsenali biologici e chimici. “Questo trattato è un divieto categorico ed è radicato nel diritto umanitario. Con questo diciamo ai nostri figli che vogliamo lasciare loro un mondo senza armi nucleari”, ha dichiarato fermamente Elayne Whyte Gòmez, presidente della Conferenza ONU che ha elaborato il testo su cui hanno lavorato a lungo gli Stati membri delle Nazioni Unite.

Dei 127 Paesi che hanno partecipato alle votazioni, 122 hanno votato in senso favorevole, con l’opposizione dei Paesi Bassi e l’astensione di Singapore. Il testo, lungo e complesso, tenta di rispondere ad una serie di istanze: vieta di sviluppare, testare, acquisire, possedere, trasferire, usare, minacciare, fornire assistenza o consentire la dislocazione di armi nucleari; si stabilisce un percorso perché gli Stati nucleari possano eliminare gli armamenti attraverso la cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica; si decide, poi, che i Paesi aderenti dovranno fornire adeguata assistenza alle persone colpite dall’uso e dalla sperimentazione di armi nucleari e prendere, inoltre, le misure idonee per la bonifica ambientale della zona contaminata; è, dunque, deciso che ogni Stato membro, per di più, incoraggi i Paesi che non ne fanno parte a firmare, ratificare, accettare, approvare o aderire al trattato, perché questo assuma una connotazione universale; si afferma, quindi, che gli Stati aderenti abbiano il diritto di ritirare il proprio impegno in caso “eventi straordinari legati all’oggetto del documento abbiano compromesso gli interessi supremi del suo Paese” e si stabilisce, infine, che le firme per l’adesione al trattato cominceranno ad essere raccolte dal 20 settembre.

È emblematico, però, considerare come le nove potenze nucleari della terra si siano opposte ai negoziati, boicottando le riunioni della commissione, e hanno seguito il loro esempio i Paesi della NATO, tra cui figura anche l’Italia. Tra tutti questi Stati la sola Olanda ha partecipato alle riunioni, ma ha infine votato contro il documento. L’Italia ha, invece, deciso di non partecipare ai colloqui, al pari del Giappone, tra l’altro l’unico Stato che ha subito attacchi atomici.

Non si sono fatte attendere le risposte di Londra, Parigi e Washington, che sottolineano come la Corea del Nord, guidata da Kim Jong-Un, non opererà mai il completo disarmo nucleare. Tutti insieme, infatti, sostengono la necessità di mantenere un arsenale atomico pronto all’uso, pur mantenendo formalmente fede al loro impegno per il completo disarmo nucleare.

“L’elemento chiave è che cambia il panorama giuridico: questo impedisce agli Stati con armi nucleari di nascondersi dietro l’idea che non siano illegali. Aumenterà la pressione internazionale per il disarmo”, ha dichiarato il nuovo alto rappresentante ONU per il disarmo, mettendo così in luce la centralità di questo testo, fondamentale per inaugurare un nuovo cammino verso l’eliminazione dell’ordigno che nel 1945 ha causato la distruzione di Hiroshima e Nagasaki.

Questo processo ha origine nell’ormai lontano 2009, quando l’allora neoeletto Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, guidò la seduta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui si approvò una risoluzione per avviare il processo di disarmo atomico. Allora furono Teheran e Pyongyang ad essere indicate come principali produttrici di energia atomica, sottolineando come fossero necessarie nuove e maggiori sanzioni per il loro rifiuto di rispettare le risoluzioni dell’ONU.

“Una guerra nucleare non può essere vinta e non dovrà mai essere combattuta”, disse allora Obama, che già nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca nel 2008 aveva auspicato un mondo libero dalle guerre, dall’oppressione e dalla paura, anche e soprattutto dalla paura di un nuovo conflitto. Egli, inoltre, individuò quattro pilastri fondamentali, quattro battaglie da combattere, quali il disarmo nucleare, la pace, il clima e l’economia globale, per poi chiudere il proprio discorso con riferimento alla nascita delle Nazioni Unite, sorte in un momento di crisi culturale, sociale e soprattutto umanitaria, create dalle “dure lezioni della guerra”. Il Presidente affermò allora che le imperfezioni di questa istituzione non dovevano essere causa di un allontanamento dall’obiettivo che si erano preposti gli Stati membri, ma dovevano dar luogo ad un vero e proprio raddoppio degli sforzi.

E mai come oggi queste parole sembrano profetiche: la guerra in Siria, combattuta con l’utilizzo di armi chimiche, le tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti e la non tanto lontana minaccia dell’Iran di arrivare ad ottenere la bomba atomica non sembrano essere gli ingredienti fondamentali per una pace duratura.

Questo, però, non deve fermare i promotori di tale progetto di disarmo, coraggioso e audace, innovativo, folle se così vogliamo dire. Questo documento, anzi, dovrebbe essere solo il punto di partenza per una strada ancora lunga e in salita. Sappiamo tutti che gli Stati Uniti, la Russia, la Gran Bretagna, la Cina, la Corea del Nord e tutti gli altri Paesi che si spartiscono le 15mila bombe e testate nucleari sul pianeta non vi rinunceranno facilmente.

Però si può sperare che i rispettivi Capi di Stato e di Governo riflettano seriamente riguardo al tipo di mondo che vogliono costruire: se fondato sull’incubo della bomba atomica oppure su un nuovo mondo, fatto di scelte nel rispetto del clima e dell’ambiente. Senza dimenticare le parole di JFK: “non ci può essere progresso se le persone non hanno fiducia nel domani”.