Al di là delle motivazioni politiche che le motivano e di alcune tecnicalità superflue che cercano di giustificarle, le proposte che vengono avanzate per sostenere l’uscita dell’Italia dall’euro possono essere riassunte così, in termini sintetici: in primo luogo, uscire dall’euro significa liberarsi dai vincoli del Fiscal Compact e poter riprendere una politica di deficit spending per rilanciare l’economia e l’occupazione; in secondo luogo, il ritorno alla lira genera un deprezzamento della moneta che favorisce le esportazioni e, quindi, la crescita. Su questi due punti qualche chiarimento è necessario.

Trascurando tutti i problemi politici, legali e tecnici legati a un’eventuale uscita dall’euro, l’idea che si possa rilanciare lo sviluppo allentando i vincoli fiscali è del tutto irrealistica. Normalmente i vincoli imposti dall’Europa riguardo alla politica fiscale vengono giustificati causa della eccessiva quantità di debito accumulata dall’Italia. Ma, in realtà, il problema più grave dell’Italia non è il debito, ma il disavanzo. Ci sono paesi come il Giappone che hanno livelli molto più elevati di debito, ma non sono oggetti di attacchi speculativi dai mercati finanziari perché hanno una finanza solida, nonostante le politiche espansive di Abe. Per l’Italia è diverso. Il rapporto debito/pil durante i due anni dell’ultimo governo Prodi, con Padoa Schioppa Ministro dell’Economia, era sceso dal 106,6 al 103%, ma soprattutto il disavanzo era calato dal 4,2 all’1,9 per cento, con un avanzo primario (al netto della spesa per interessi) che era salito dallo 0,3 al 3,1 per cento. I mercati finanziari erano tranquilli e lo spread fra il tasso dei Btp e i Bund tedeschi contenuto. Poi il governo Berlusconi ha rilanciato il disavanzo ed è stato punito dai mercati con un fortissimo aumento dello spread, che alla fine l’ha costretto alle dimissioni. Oggi, quello che preoccupa i tedeschi e i mercati sono le spese addizionali fatte da Renzi apparentemente per rilanciare l’economia, ma soprattutto per cercare di vincere il referendum. Spese che tra l’altro hanno avuto effetti espansivi molto limitati. Secondo le valutazioni della Banca d’Italia, la concessione di un bonus di 80 euro da parte del governo Renzi si è trasformato in un aumento dei consumi soltanto per il 40% (il resto è andato naturalmente a risparmio). Un continuo disavanzo non soltanto impedisce la riduzione del rapporto debito/Pil – che comunque è auspicabile -, ma genera una penalizzazione da parte dei mercati attraverso una contrazione negli acquisto di titoli di debito italiani, con conseguente aumento dei tassi e un ulteriore aumento del disavanzo.

Le dimensioni del debito e i livelli elevati di disavanzo impediscono di gestire una politica espansiva attraverso misure di deficit spending. Il che non si significa che non si possa fare nulla. Si tratta di contenere, attraverso un continuo monitoraggio dei canali di spesa (la c.d. spending review), gli interventi che non generano particolari effetti espansivi sul reddito e, d’altro lato, di proteggere le spese che o incidono positivamente sul reddito futuro come gli investimenti ovvero garantiscono livelli adeguati di welfare. Per quanto riguarda i consumi, essi sono frenati dall’incertezza sul futuro dell’economia e soprattutto da una cattiva distribuzione del reddito, con un’eccessiva concentrazione nelle fasce più alte caratterizzate da una minore propensione al consumo. Su questo si può agire con una diversa struttura dl prelievo fiscale, ma anche con interventi sulla spesa. L’Italia, ad esempio, è l’unico paese insieme alla Grecia che, in Europa, non prevede nel sistema interventi specifici contro la povertà. Si potrebbe prendere esempio dal Revenu de solidarité active francese e dall’Arbeitlosengeld II tedesco per introdurre in Italia una forma di reddito minimo fondata sul principio di un universalismo selettivo, finalizzato a contrastare il rischio di povertà, fornendo protezione contro il rischio di cadere in uno stato di grave deprivazione economica e di esclusione sociale, ma pensato altresì per sostenere famiglie con bassi salari. Queste forma di reddito minimo sono generalmente subordinate alla prova dei mezzi e alla disponibilità dei beneficiari di soddisfare precisi impegni in termini di ricerca di un lavoro.

Secondo le stime di Stefano Toso, il costo dell’introduzione di un reddito minimo in Italia viene stimato compreso fra i 4 e i 7 miliardi, a seconda del carattere più o meno inclusivo della riforma, mentre l’introduzione nel 2014 del bonus fiscale di 80 euro mensili è costata a regime circa 9,5 miliardi di euro. E mentre il flusso di reddito generato dal bonus è stato largamente destinato a risparmio, è certo che trasferimenti mirati esclusivamente alla riduzione della povertà genererebbero un flusso di nuova domanda di beni di consumo. Questa, e la non la crescita indiscriminata del deficit, sembra la strada migliore per rilanciare la domanda di consumo.

La seconda giustificazione per l’uscita dall’euro è legata agli effetti che il ritorno alla lira provocherebbe sul valore esterno della moneta. E’ evidente che il ritorno a una moneta nazionale in un paese come l’Italia afflitto da gravi problemi di equilibrio di finanza pubblica si tradurrebbe rapidamente in una svalutazione della lira. Ora, gli effetti immediati di una svalutazione consistono in una spinta alla crescita delle esportazioni – che costerebbero meno all’estero una volta che i prezzi italiani in lira fossero tradotti in euro o in dollari – e a una contrazione delle importazioni, che costerebbero di più per i consumatori italiani. Sono questi gli effetti positivi che chi sostiene il ritorno alla lira mette in evidenza. Il problema che questi sono effetti di breve periodo, che non sono destinati a persistere nel tempo. Dal lato delle importazioni, occorre ricordare che l’Italia è un paese fortemente importatore di materie prime, energia e semilavorati, i cui prezzi sono espressi prevalentemente in dollari e la cui domanda è fortemente inelastica, ossia non varia al variare dei prezzi. Orbene, in questo caso se le quantità rimangono sostanzialmente invariate, l’esborso in dollari non si riduce – e non si ha quindi un impatto positivo sulla bilancia dei pagamenti -, mentre aumenta la quantità di lire che occorre spendere per ottenere la quantità di dollari necessaria per pagare le importazioni. Ma c’è di più. Le esportazioni sono cresciute per un effetto di prezzo – i prezzi dei prodotti italiani in valuta estera si sono ridotti -, ma questo vantaggio tende ad essere rapidamente eroso perché l’aumento dei prezzi delle importazioni di materie prime e semilavorati incide sui costi di produzione delle imprese. Secondo stime fatte da Banca d’Italia per il periodo precedente l’introduzione dell’euro, in circa un anno i vantaggi in termini di competitività derivanti dalla svalutazione vengono bilanciati dall’inflazione interna generata dai costi più elevati delle importazioni, e si entra in conseguenza nella spirale perversa già sperimentata a lungo in Italia di svalutazioni che generano inflazione, che a sua volta richiede ulteriori svalutazioni e così via di seguito.

Ci sono poi due ulteriori considerazioni da fare. La prima riguarda gli effetti derivanti da una variazione delle ragioni di scambio (i c.d. terms of trade), ossia dei rapporti fra prezzi all’importazione e all’esportazione. Se i primi aumentano e i secondi diminuiscono, in termini reali questo significa che per ottenere la stessa quantità fisica di importazioni occorre dare in cambio una maggiore quantità fisica di beni da esportare, ossia il paese si impoverisce. La seconda, più politica, riguarda il fatto che mentre l’euro è una moneta mondiale che consente all’Europa una certa autonomia rispetto al dollaro, la lira sarebbe totalmente dipendente dalle decisioni di politica monetaria della moneta egemone, ossia del dollaro. E questa considerazione dovrebbe avere un certo peso nella valutazione dei c.d. sovranisti che sperano che il ritorno alla lira significhi riappropriarsi di una sovranità perduta con l’ingresso nell’Unione monetaria.

Queste osservazioni prescindono totalmente da una valutazione del significato politico di un’uscita dall’Unione monetaria. Un conto è l’isolazionismo di Trump, che è già difficile, ma è pensabile viste le dimensioni dell’economia americana; tutt’altra è la situazione dell’Italia che rappresenta una frazione trascurabile dell’economia mondiale. E inoltre occorrerebbe valutare anche gli svantaggi che deriverebbero dall’isolamento dell’Italia rispetto agli altri paesi europei (fine della libertà di movimento garantita da Schengen, limitazioni al movimento di capitali, impossibilità di affrontare in comune i problemi della sicurezza interna ed esterna, e solitudine nella gestione dei problemi della migrazioni). Ma questi altri aspetti, importanti e decisivi, esulano dai limiti imposti a questa analisi.