Una manovra controversa, ma scaltra e vincente: ieri, 22 ottobre 2017, il leader del partito liberal-democratico giapponese Shinzo Abe ha riportato una fondamentale vittoria alle elezioni riguardanti la composizione della Camera dei Rappresentanti, ossia la camera bassa del Parlamento nipponico. Un simile trionfo – la coalizione di Abe ha ottenuto 312 dei 465 seggi – consentirà al navigato primo ministro sia di essere riconfermato alla guida del proprio partito sia di procedere alla realizzazione dei propri obiettivi – alcuni dei quali costituiscono tuttora oggetto di ampi dibattiti.

Il cammino che ha condotto Abe alla vittoria, però, non è stato affatto semplice: anzi, diversi sono gli ostacoli che hanno più volte scosso Abe e il suo stesso schieramento. In un paese storicamente e costituzionalmente diffidente nei confronti della propria classe politica, a inizio estate la popolarità di Abe – primo ministro in carica dal 2012 – era precipitata a livelli poco convincenti: s’aggirava intorno al 38 per cento. L’acceso nazionalismo del premier, al centro di svariati scandali, ne aveva pericolosamente minato la reputazione: al popolo nipponico non erano piaciute né le idee proposte da Abe rispetto al sistema scolastico né la possibile restituzione di un ruolo significativo all’Imperatore. Anche gli scarsi apprezzamenti relativi all’Abenomics, ossia la linea economica scelta da Abe, non contribuivano a sorreggere il premier: tuttora – nonostante i sei trimestri di crescita consecutiva, la crescita annuale attestatasi al 2,5% e il tasso di disoccupazione al 3% –solamente il 37% del popolo nipponico approva l’operato di Abe, mentre il 48% lo boccia. (Dati, questi ultimi, riportati dal Corriera della Sera.)

Tuttavia, Abe ha saputo giocare le sue carte con scaltrezza pressappoco machiavellica. Sfruttando il clima di terrore determinato dalle follie belliche di Kim Jong-un (a fine estate, ben due missili hanno sorvolato l’isola di Hokkaido) e il momento di totale debolezza palesato dall’opposizione interna al Paese, il 28 settembre scorso il primo ministro ha sciolto con una discutibile manovra la camera bassa, indicendo con fortissimo anticipo una nuova tornata elettorale: la scadenza naturale del mandato, infatti, sarebbe giunta solamente a dicembre 2018.

Tre gli schieramenti politici che si sono scontrati: da un lato, la coalizione composta dai liberal-democratici di Abe e da Kōmeitō, piccolo partito di orientamento centrista e ispirazione buddista; dall’altro, il Partito della Speranza di Yuriko Koike, attuale governatrice di Tokyo che in passato ha svolto il ruolo di ministro dell’Ambiente e della Difesa; infine, il Partito democratico costituzionale: vicino al centro-sinistra, capitanato da Yukio Edano e fondato con l’obiettivo di «proteggere la costituzione e la democrazia dagli eccessi del potere». A poco, però, è valsa la lotta condotta dagli avversari di Abe. Koike, in particolare, ha commesso più errori: non solo si è dimostrata incapace di offrire un’alternativa valida alla posizione economica di Abe, pur avvalendosi del progetto “Yurinomics” e del programma basato sui “12 zeri”, ma ha addirittura scelto di non candidarsi personalmente.

Così, con un indice di popolarità rapidamente salito al 51% e i sondaggi che attribuivano il 24.1% al suo partito, Abe è giunto alle elezioni di ieri in condizioni più che solide. Nonostante il violento tifone Lan abbattutosi proprio ieri sulle coste giapponesi e l’alta percentuale di astenuti (solo il 53,7% ha votato), il primo ministro ha conquistato una forte maggioranza, ha ottenuto il suo terzo mandato e ora punta soprattutto alla concretizzazione di un obiettivo che già nel 2015 aveva provato a conseguire: la modifica del nono articolo della Costituzione giapponese – il quale ripudia la guerra – e la conseguente trasformazione delle attuali “forze di autodifesa” in un vero e proprio esercito. Se Abe riuscisse nel proprio intento, passerebbe alla storia come il primo statista ad aver cambiato la Costituzione giapponese proclamata nel dopoguerra. Tante sfide, però, attendono il leader del partito liberal-democratico: pare che Kōmeitō non intenda appoggiare la modificazione del nono articolo e l’accordo con il Partito della Speranza non sembra così scontato. Abe lo Scaltro nasconde ancora qualche carta da giocare?