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Frammenti di mondo

Africa: il continente a cui guardare

Da tempo si dice che l’Africa sia destinata a crescere e diventare la locomotiva della crescita globale. Per una lunga serie di motivi, il continente che ha dato i natali alla nostra specie ancora arranca ed è in preda a stravolgimenti politici e riassetti economici. Allo stesso tempo è difficile parlare di Africa come un unico continente, perché le differenze fra i paesi sono enormi. Si passa dal Sudafrica, che di fatto è una potenza industrializzata, all’Africa subsahariana, passando per il Nord Africa, che fa da sempre un mondo a sé. Ci sono dittature e solide democrazie, produttori di petrolio e economie basate sui servizi, cristiani e musulmani. In questo articolo mi concentrerò sull’Africa subsahariana, che potrebbe essere davvero il motore di una nuova crescita, qualora Cina e Sud-Est asiatico dovessero rallentare – come sembra stiano facendo.

Prima di tutto è bene delineare la storia moderna della regione. L’industria arriva con i colonizzatori, che investono principalmente nelle proprie aree d’influenza e lasciano poco spazio all’iniziativa locale, se non in prodotti agricoli per rifornire le aziende europee. In seguito alla seconda guerra mondiale, vi è una brusca virata verso l’Afrosocialismo, con la conseguente eliminazione della proprietà privata, sia dei proprietari bianchi che neri. La più importante eccezione è il Kenya, dove si instaura una democrazia capitalistica e inizia a formarsi una borghesia nera. Gli anni ’70 vedono l’ascesa dei produttori di petrolio, che beneficiano dall’aumento vertiginoso del prezzo del greggio; tuttavia, perdono l’occasione per riformare le istituzioni e l’economia, al punto che gli anni ’80 vedono una crisi del debito generalizzata a tutto il continente. La ripresa avviene grazie alle riforme promosse dalla World Bank e dalla cancellazione del debito da parte dei maggiori paesi industrializzati, oltre che dal cosiddetto “New Commodity Cycle”, ossia una congiuntura positiva per i prezzi delle risorse naturali, di cui l’Africa subsahariana è forte esportatore.

Sul lungo periodo, la debolezza dell’economia deriva dai trent’anni di Afrosocialismo, in cui le aziende di stato hanno accumulato tremendi ritardi tecnologici sul resto del mondo – complice anche il protezionismo che isolava le industrie dalla competizione globale. Ma il danno più grande risiede nella mancata formazione di cultura imprenditoriale e di una classe borghese (o ceto medio, che dir si voglia) nera, che avrebbero dovuto dare l’impulso alla crescita del continente. I paesi che hanno da sempre adottato il capitalismo, come Kenya e Sudafrica, godono invece di ritmi di crescita invidiabili e di alcune delle aziende più grandi d’Africa.

Lo sviluppo del continente più povero del pianeta dovrebbe interessare noi tutti. È da tempo l’area a più alta fertilità al mondo, ed è quindi destinata ad un rapido incremento della popolazione nei prossimi anni. Ciò porta a importanti implicazioni per l’Europa, visti i forti flussi migratori che abbiamo vissuto negli scorsi anni; con i recenti scontri in Libia, non è affatto da escludere che vedremo un aumento deciso dell’immigrazione regolare dagli stati africani, a mano a mano che il reddito medio cresce.

L’Africa subsahariana rappresenta anche un’incredibile opportunità per la produzione a basso costo, visto che ormai la Cina è un paese middle-income. Rimangono, ovviamente, margini enormi di miglioramento delle istituzioni, della giustizia e della cultura imprenditoriale, senza la quale è impossibile investire risorse nel lungo periodo. L’Africa può però anche trasformarsi in un importante mercato di sbocco per merce di seconda mano o di scarsa qualità, fino a che gli stipendi non si alzeranno significativamente.

Se l’Europa vuole cogliere queste opportunità, deve però fare i conti con la Cina. Il Dragone, infatti, sta investendo miliardi di dollari in Africa, sia in asset finanziari (ossia acquistando titoli di stato), che con investimenti produttivi. Lo fa principalmente tramite le sue banche e le aziende di stato, foraggiate generosamente da Xi Jinping per estendere i propri tentacoli sulle infrastrutture africane. La Cina non manca l’occasione di sottolineare come i loro investimenti non richiedano riforme politiche verso il liberalismo, al contrario di quelli del mondo occidentale, e di come loro stessi siano stati soggiogati dagli europei nel secolo scorso, ma hanno ritrovato la strada del successo con le proprie forze. Per l’UE c’è quindi da rimboccarsi le maniche, perché il terreno perso è tanto. Peraltro godiamo di una pessima reputazione, in quanto ex colonizzatori, che di certo non aiuta né politicamente né economicamente. Lo stesso vale per le tante dichiarazioni contro i migranti fatte dai leader dei partiti della destra europea.

Insomma, l’Africa sarà senza dubbio uno dei principali scenari geopolitici dei prossimi decenni. Le opportunità non mancano, ma nel vecchio continente dobbiamo chiarirci le idee il più in fretta possibile. Inutile dire che avere una politica unica aiuterebbe molto il dialogo, ma sembra che i singoli paesi preferiscano perseguire i propri obiettivi nelle loro vecchie aree d’influenza, senza capire che è proprio lì che hanno minori possibilità di successo. Nel frattempo, la Cina ringrazia.

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