Alberto Majocchi di nuovo a Vicenza, dopo essere stato nella nostra città più volte anche in anni recenti invitato da Associazioni culturali, Istituti scolastici e dalla nostra stessa Sezione. Professore emerito di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia, Vice – Presidente del centro studi per il Federalismo di Torino, già Segretario nazionale del nostro Movimento, mercoledì scorso è stato invitato dagli studenti del Liceo Quadri a parlare delle conseguenze economiche dei nazionalismi e dei populismi, che stanno mettendo radici in tutte le democrazie europee. Stimolato da Alberto Moro segretario regionale della Gfe ed ex allievo dell’Istituto, ha spiegato come l’idea di tornare alle monete nazionali sia del tutto irrealistica e porterebbe a conseguenze disastrose per tutti,  come ha sostenuto in un suo recente articolo, che pubblichiamo qui a fianco integralmente.

Ma non si è limitato agli aspetti economici. Accanto alle voci che si levano contro il progetto europeo, ha infatti ricordato quelle che lo sostengono citando una indagine illustrata  da Maurizio Ferrera in un fondo del Corriere della Sera, che abbiamo segnalato nella nostra selezione stampa del 7 febbraio scorso. Significative in particolare le risposte alla domanda sull’orientamento al voto in un eventuale referendum per uscire dall’euro. Con buona pace degli euroscettici, larghissime maggioranze voterebbero per rimanere: 75% in Germania, 74% in Spagna e 63% in Italia, mentre percentuali dello stesso ordine di grandezza sono state registrate a favore di un programma europeo che aiuti i Paesi in difficoltà e combatta la disoccupazione.

Questi orientamenti della pubblica opinione non sono sorprendenti se si pensa all’irruzione sulla scena internazionale di Donald Trump e alla sua politica, che per quanto ancora largamente imprecisata, punta al protezionismo ed ignora l’Europa. E’ una linea antistorica, dato che le accelerazioni della globalizzazione  non possono essere contrastate ma solo in qualche misura regolate. Il no alla globalizzazione è una moderna forma di luddismo, il movimento di protesta che nel XIX secolo in Inghilterra cercava di sabotare la produzione industriale distruggendo i macchinari considerati la causa di tutte le disgrazie del lavoro salariato. Dai processi indotti dal progresso tecnologico non si può tornare indietro. Siamo nel mezzo di una grande trasformazione, che vedrà contrarsi l’occupazione delle attività manifatturiere, come già accaduto all’agricoltura alla metà del secolo scorso, e  favorirà per contro la crescita di nuove professioni ad alto contenuto di intelligenza e creatività. E’ una trasformazione di cui non possiamo ancora prevedere l’esito in termini di bilanciamento occupazionale. Possiamo però già da ora vederne alcuni caratteri, in primis la grande disuguaglianza sociale per cui l’1% della popolazione detiene colossali quote di reddito e patrimonio, mentre il 99% deve arrangiarsi con ciò che avanza. Dobbiamo combattere questa scandalosa sproporzione non solo per ragioni etiche, ma anche per ragioni economiche perché stiamo assistendo ad un progressivo impoverimento della classe media e della sua capacità di trainare consumi e investimenti, per non parlare delle classi più svantaggiate per le quali servirebbero specifiche politiche di protezione.

In un grande Paese come gli Usa l’isolazionismo può anche portare a risultati positivi nel breve periodo, mentre è del tutto impensabile nei piccoli Paesi europei. Non solo in quelli minuscoli come Olanda, Belgio, Austria ma anche in quelli maggiori e nella stessa Germania, che non sarebbe in grado di confrontarsi da sola né economicamente né politicamente con Paesi emergenti di dimensione continentale. In Italia soffia adesso un vento populista inconsapevole delle reali condizioni del Paese e della sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo, che lo espone alle più pericolose tensioni del pianeta, verso l’Ucraina, la Turchia, la Siria, il Medio Oriente, l’Africa settentrionale e sub sahariana. Per questo le giovani generazioni devono aspettarsi un futuro denso di incognite e non possono sottrarsi ad un minimo di impegno politico, sollecitando l’avvio di politiche espansive in settori di interesse pubblico come l’istruzione, l’ambiente, i beni culturali, dalle quali dipenderanno in gran parte le loro prospettive di lavoro ed inserimento sociale.