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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera

Alleate ma non troppo

Francia e Germania sottoscrivono Trattati bilaterali, ma nessuna delle due ha rinunciato ad affermare una propria egemonia europea. Questa lotta di potere disarticola l’Europa e fa scivolare l’integrazione verso un modello a geometria variabile, nel quale ogni Paese sceglie di volta in volta il partner che più gli conviene

Le stanze delle Cancellerie di Stato hanno pareti ovattate e infissi a prova di spifferi. Impossibile quindi sapere cosa sia veramente accaduto tra Francia e Germania nelle scorse settimane, ma ciò che è stato raccontato dai media ha comunque del clamoroso e pare destinato a produrre forti ripercussioni in tutti i Paesi europei. Proviamo intanto a riassumere.

Il 23 gennaio Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno firmato ad Aquisgrana un Trattato per rinsaldare la cooperazione bilaterale tra i rispettivi Paesi. Hanno concordato di istituire un comune Consiglio dei Ministri affiancato da un Consiglio per la sicurezza e da un altro per gli affari economici. Per rendere ancor più chiaro il senso dell’alleanza, hanno poi previsto che membri di Governo di ciascuno Stato possano partecipare alle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’altro, alternativamente. Erano prassi seguite da tempo in base al Trattato dell’Eliseo del ’63, ma sono state ribadite con grande evidenza mediatica a voler significare la nascita di una nuova Europa attorno all’asse Parigi – Berlino, lasciando aperta ad altri la possibilità di accodarsi. Il Trattato è stato arricchito dall’impegno francese a sostenere l’aspirazione tedesca ad un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, per chiudere definitivamente una delle più spinose questioni diplomatiche del secondo dopoguerra.

Ma l’accordo ha dimostrato presto tutta la sua fragilità. Il 4 marzo Macron ha postato sul sito ufficiale della Presidenza della Repubblica una lettera aperta ai cittadini europei in 24 lingue ed il giorno dopo l’ha fatta pubblicare sulle maggiori testate dei 28 Paesi membri. Ha invitato tutti a prendere sul serio le elezioni di fine maggio per riprendere la strada dell’integrazione, senza lasciarsi tentare dalle sorpassate sovranità nazionali. Volete fare come gli inglesi? Guardate dove sono andati a finire con la Brexit. Il ripiego sui nazionalismi è un puro rifiuto e produce solo guai. Diffidate di chi dissemina  menzogne e guardate piuttosto alle sfide che ci attendono, all’aggressione dei Paesi emergenti, alla competizione commerciale, al terrorismo globale. Per difendere le nostre conquiste civili, economiche e sociali, dobbiamo stare insieme riscoprendo i valori di fondo che condividiamo.

La Germania l’ha presa malissimo. Angela Merkel nemmeno gli ha risposto e ha lasciato il compito ad Annegret Kramp-Karrenbauer, che nel dicembre scorso l’aveva sostituita alla guida della Cdu. Akk, come viene adesso chiamata per semplificarne il nome, ha pubblicato qualche giorno dopo un editoriale chilometrico su Die Welt e ha rigettato quasi interamente la linea politica francese. Va bene l’Europa, d’accordo che è troppo debole, che deve superare le sue divergenze, darsi confini sicuri, ma niente mutualizzazione del debito, nessuno sconto a chi si è comportato male, niente politiche economiche espansive, niente politiche di protezione sociale. Per marcare le distanze, Akk si è spinta a rifiutare l’appoggio francese per il seggio tedesco al Consiglio di sicurezza dell’Onu, sostenendo che in futuro l’Unione dovrebbe avere un unico rappresentante. Ma ciò che più conta al di là dei singoli temi, è l’indirizzo istituzionale. No a centralizzazioni di potere a Bruxelles, perché ogni decisione sarà assunta di volta in volta da accordi fra singoli Stati. Insomma nell’imminenza delle elezioni di maggio, l’editoriale ha fatto capire che Parlamento e Commissione non avranno che poteri marginali, mentre sulle questioni politicamente rilevanti dovranno dire la loro i Governi nazionali riuniti nel Consiglio.

In questo scontro del tutto inatteso dopo i cerimoniali nella città di Carlo Magno, il nostro Movimento ha preso partito e si è schierato con Macron. Lo ha fatto dopo aver attentamente soppesato le sue tentazioni sovraniste ed il modello intergovernativo, che ha ereditato dall’Europa delle patrie di De Gaulle. Fra i due indirizzi, ha scelto il meno peggio e preso le distanze da quello tedesco, che punta a mantenere lo status quo e a riservarsi la facoltà di bacchettare chiunque si discosti dalla linea di austerità e risanamento contabile. Dicono in sostanza a Berlino: le regole sono queste e intanto rispettatele, del resto parleremo più avanti.

Da Parigi arriva invece un messaggio più coraggioso. Macron lo ha lanciato nel pieno della sua parabola discendente, in un momento di forti difficoltà con le rappresentanze sindacali e con i violenti movimenti che stanno saccheggiando  da mesi la capitale. I tempi della festosa celebrazione del risultato elettorale del 2017 con le note dell’Inno alla Gioia fatto suonare prima della Marsigliese sembrano lontanissimi e riferirsi ad un’altra persona. Sul piano internazionale, si è trovato isolato a seguito della Brexit e della svolta populista segnata dall’Italia, che lo ha avversato in modi sprezzanti. Quanto al merito, il nucleo della sua proposta, leggibile nella parte conclusiva della lettera, è una Conferenza per l’Europa da tenere a fine anno per valutare i cambiamenti necessari ad un progetto politico non più all’altezza della situazione. E’ nella sostanza una proposta di Convenzione preliminare alla stipula di nuovi Trattati, chiamata in altro modo per non sottostare ai pesanti rituali sperimentati con quello di Lisbona, che ha chiesto una procedura decennale.

Molti occhi sono ora puntati su questa scadenza, quando l’accordo franco-tedesco potrebbe ricomporsi e cominciare a produrre benefici diffusi. Al momento tuttavia, il suo messaggio è molto diverso. Entrambi i contendenti hanno dimostrato di non credere più nei Trattati di Roma e nel percorso di integrazione, che indicavano. Hanno fatto capire che si può andare verso un modello a geometrie variabili, nel quale ognuno potrà legarsi con chi più gli conviene a livello europeo ed internazionale, fornendo una legittimazione a chi lo sta già facendo. Quando ci sarà bisogno di solidarietà, sarà più difficile chiederla ai quattro di Visegrad contrastando le loro chiusure nazionalistiche, o ai dieci piccoli Paesi che si sono raccolti attorno all’Olanda riscoprendo lo spirito della Lega Anseatica. L’unico elemento di ispirazione federalista sopravissuto a tante vicende sembra essere l’euro, di cui nessuno dei due ha parlato. Ma ne parla nei fatti la Cina, che ha tutti gli interessi a sostenerlo come moneta alternativa al dollaro, mentre stringe accordi per i terminali europei della via della seta. Lo stesso interesse ha la Russia che regolamenta sempre più i propri scambi internazionali con la moneta europea e diffida di quella americana non meno della potenza asiatica. Paradossalmente proprio il più contestato dei trasferimenti di sovranità si sta rivelando un elemento di aggregazione ed un’ancora di salvezza nelle tempeste del mondo globale

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