Sebastian Kurz ha assunto la presidenza semestrale del Consiglio europeo con un tono dimesso e senza idee. Un atteggiamento, che può essere spiegato dalla imminente campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento

L’Austria ha assunto la presidenza del Consiglio europeo per il secondo semestre di quest’anno, ma alzi la mano chi se n’è accorto. Sebastian Kurz ha tenuto i primi di luglio il rituale discorso programmatico al Parlamento di Strasburgo soffermandosi su pochi fondamentali punti. Ha esordito, dicendo che vivere in Europa è un privilegio e che poche regioni del pianeta possono godere di un pari livello di libertà e benessere. Sono valori conquistati nella sua lunga storia, che non si può pensare siano acquisiti per sempre ma devono essere difesi con un impegno quotidiano. Come molti si aspettavano, ha centrato il focus del suo intervento sulla sicurezza e sul rafforzamento dei confini esterni come argine contro immigrazioni disordinate e insostenibili. “Europa che protegge” è lo slogan nel quale ha sintetizzato la sua linea di governo, ripetendolo ai (pochi) parlamentari presenti. Per contro, ha destato sorpresa quando ha detto di voler mantenere aperti i confini interni  secondo i principi di Schengen, senza fare alcun riferimento alle restrizioni al Brennero per le quali il suo Paese si era reso tristemente famoso. In politica estera, svilupperà le relazioni con la Russia e con l’Africa, mentre nei confronti dei Paesi balcanici cercherà di accelerare le procedure per la loro ammissione all’Unione. Seguirà la Brexit affinché si svolga nel modo più ordinato possibile e giunga ad un risultato soddisfacente per entrambe le parti.

Tutto qui. Un discorso di un quarto d’ora, senza enfasi e senza quel minimo di tensione, che la problematica europea richiederebbe. Come spiegare un atteggiamento così dimesso? Il Cancelliere è giovane, classe 1986, ma non inesperto. Ha lasciato presto gli studi per impegnarsi con i cristiano popolari dell’OVP, arrivando in poco tempo ad incarichi governativi. A 25 anni è diventato Sottosegretario agli Interni, a 28 Ministro degli Esteri.

Alle elezioni dell’ottobre scorso per il rinnovo del Nationalrat (il Consiglio nazionale, o Camera bassa), ha portato il suo partito al 31% avvicinandosi alle posizioni intransigenti del FPO, partito di estrema destra (27,4%) e con questo ha formato il nuovo Governo assumendone la premiership: un cambio di direzione netto rispetto alla lunga alleanza con i socialdemocratici del SPO, che sono stati abbandonati anche se avevano raccolto consensi di poco inferiori (26,7%). Vice premier è diventato Christian Strache leader del FPO, considerato erede di quel Jorg Haider che negli anni ’90 aveva scandalizzato l’Europa per le sue posizioni ultranazionaliste, razziste e antisemite, prendendosi una severa reprimenda dalle istituzioni di Bruxelles. E’ l’alleato accusato di nostalgie pangermaniche, cui va fatta risalire l’idea del doppio passaporto per i sud tirolesi e la responsabilità della conseguente polemica con l’Italia. Kurz è stato abile a smorzarla sul nascere, riaffermando la disponibilità ad una stretta collaborazione col nostro Paese per questo ed altri temi, anche se la polemica è adesso rinfocolata da una bozza di ddl da far approvare quest’autunno. Ha poi usato gli stessi toni pacati nelle relazioni con gli altri Paesi vicini, anche su punti di dissenso. Ha cercato di coordinarsi con i colleghi dei Paesi balcanici per sbarrare la strada alle correnti migratorie incoraggiate da Angela Merkel con la sua apertura ai siriani alla fine del 2015 e temporaneamente trattenute dalla Turchia di Erdogan. Alla Cancelliera tedesca è andato a manifestare il suo dissenso alle intese CDU-CSU per rispedire ai Paesi europei di provenienza i rifugiati arrivati in territorio tedesco. A Orbàn ha espresso la sua solidarietà per la linea dura sui migranti,  senza tuttavia sposarne gli eccessi illiberali e senza manifestare l’intenzione di associarsi al patto di Visegrad.

Riassumendo le sue credenziali politiche: conservatore, alleato ad una forza politica molto discutibile, un piede dentro ed uno fuori l’Unione. Non proprio un profilo edificante agli occhi delle componenti progressiste del Parlamento europeo, che infatti hanno colto l’occasione per rivolgergli diverse critiche. Le più pungenti gli sono arrivare da Guy Werhofstadt (Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa), che gli ha fatto rilevare il carattere monotematico della sua relazione e ha lamentato la mancanza di un sia pur minimo accenno al tema dell’eurozona di grande importanza per gli equilibri finanziari, l’economia ed il lavoro. Lo ha accusato poi di speculare sui flussi migratori, nonostante siano in contrazione: 1 milione nel 2014, 370mila nel 2016, 170mila nel 2017 e 45mila nel primo semestre di quest’anno. Sono cifre ridicole, nemmeno l’1% del totale dei rifugiati nei vari angoli del pianeta, che tuttavia i leader nazionalpopulisti come lui presentano come una pericolosa invasione per alimentare paure e raccogliere consensi. Dello stesso tenore l’intervento di Philippe Lamberts (Verdi), che ha convenuto sulla importanza della domanda di protezione. Ma gli ha segnalato i risultati di una indagine parlamentare secondo la quale i cittadini europei vogliono essere tutelati dal terrorismo, dalla disoccupazione, dalla povertà, in ordine d’importanza. I rischi della immigrazione clandestina occupano il quarto posto in una graduatoria significativa delle priorità, che devono improntare le politiche europee.

Nella replica finale, Kurz non si è scomposto ed è rimasto sottotono come nell’introduzione. Ha impiegato pochi minuti per ribadire la disponibilità al dialogo, alla cooperazione e ai compromessi, se necessari. Si è guardato bene dall’entrare nel merito dei temi che gli erano stati sollevati, per non dare la stura ad una discussione in un Parlamento alla scadenza del suo mandato e per lui delegittimato. Ha dato anzi l’impressione di non gradire nemmeno l’incarico di presidenza, per tenersi le mani libere nella campagna elettorale ormai alle porte. Dalla sua voce non è venuta fuori nemmeno un’idea, che abbia a che fare col rilancio del progetto europeo e ha dato prova di attendismo, sapendo che il tempo gioca a favore della sua giovane età. La mancanza di idee per una volta può esser stata un segno di prudenza, se non di saggezza. Che però potrebbero essere entrambe finalizzate a costruire un grande fronte nazionalpopulista per disfare quel tanto di integrazione finora faticosamente costruito. Ha confermato le sue intenzioni domenica scorsa, scontrandosi nuovamente con la Signora Merkel e con la sua linea morbida a proposito di immigrazione in vista del Consiglio di dopodomani. Lo ha fatto perchè sa di avere degli alleati e di poter trovarli anche in Italia.