In questi giorni ogni telegiornale o quotidiano si è ritrovato a trattare del delicato quanto complesso tema dell’autonomia e ognuno si è sentito in dovere di dire la sua riguardo a questo argomento.

Lo scritto di oggi, dunque, avrà un carattere diverso. Sarà diverso.

Mi trovo costretta a dover ripercorrere anche la mia storia e il mio vissuto per spiegare la mia visione dell’autonomia. Sono una ragazza nata a Monselice, in provincia di Padova, ma per i primi venti anni della mia esistenza mi sono ritrovata a vivere a Guastalla, ad Asti, a Parma, a Belluno per, infine, tornare al luogo che oggi posso definire “casa”: Padova. Questo vuol dire che fino ad oggi ho visto più traslochi e più nastro da pacchi di quanti miei coetanei ne vedranno in una vita intera e ciò mi porta a riflettere.

Mi ritrovo spesso a chiedermi chi sono, a mettere in dubbio le mie certezze e a domandarmi a quale città io mi senta più legata, con quale di tutti questi luoghi io abbia un rapporto particolare. Ebbene, dopo molti anni -in cui rispondere alla domanda “di dove sei?” si è dimostrato un po’ più complicato del previsto – mi sono ritrovata a dare una risposta a questo quesito: sono italiana, prima che veneta, emiliana o laziale (ebbene sì, mio padre è romano).

E quindi oggi che mi ritrovo a vivere in Veneto sono stata in difficoltà nel momento in cui mi sono sentita chiamare alle urne per esprimere il mio parere sull’autonomia per la Regione. È vero che vivo qui da diversi anni ormai, ma avendo avuto un’esistenza alquanto vagabonda non ero molto sicura sul da farsi: cosa avrei dovuto pensare? Mi sarei dovuta esprimere a favore o contro l’autonomia? E soprattutto, perché avrei dovuto volerla? Perché richiederla?

Nella mia ottica tutte le Regioni italiane dovrebbero ottenere più competenze, in modo da essere parificate o almeno avvicinate alle Regioni a statuto speciale: così, acquisendo maggiori forme di autonomia, questi enti territoriali dovrebbero essere più responsabilizzati, imparando a gestire più parsimoniosamente il denaro dei contribuenti ed essendo consapevoli di essere, infine, davvero tutti sullo stesso piano, con le stesse risorse da gestire e la stessa voglia di fare qualcosa per la propria terra, arrivando a migliorare il proprio Paese.

In molti leggendo questo mio progetto mi potranno definire una sognatrice, una ragazza che si rifugia in un’utopia ancora più lontana dell’isola di Tommaso Moro – e parlando io di un’Italia del futuro migliore e più equa forse veramente sto parlando di un’altra Isola che non c’è. E forse sono un’idealista, una sognatrice, che non ha ancora perso la speranza che questo Paese possa crescere e prosperare.

Per questo sono arrivata a pensare che se l’autonomia sarà concessa a Regioni come il Veneto e la Lombardia questa dovrà essere funzionale al raggiungimento di un nuovo obiettivo: il miglioramento del nostro Stato, l’innovazione, nuove politiche che spingano i giovani a sentirsi anche e soprattutto italiani, orgogliosi della loro storia ed origine, ma mai inconsapevoli del fatto che per ogni storia c’è un inizio e una fine e che niente si può opporre al cambiamento, che il siciliano di oggi potrà avere nipoti “bolzanini” e che chi è orgoglioso della sua parlata “dantesca” potrebbe trovare una nuora che salutando gli amici esclama a gran voce “ohi, fioi”.

Se, dunque, vi saranno risultati di questo genere, ossia messaggi di maggiore coesione in vista di una crescita progressiva ma soprattutto comune, non potrò fare altro che salutare con un sorriso i risultati di questa maggiore autonomia, altrimenti non capisco il senso di un accentuato regionalismo, basato su differenziazioni e divisioni interne.

E soprattutto non bisogna dimenticare che quando si ha a che fare con strumenti di questo tipo sia necessario saperli utilizzare: bisogna sapere cosa fare con la maggiore autonomia ed essere consapevoli di non poter sempre usare concetti come questo come slogan per le prossime elezioni e per rilanciare progetti politici vecchi di vent’anni.

E soprattutto essa non può essere un mero vessillo di cui fregiarsi, una parola bella da utilizzare accanto al nome di una qualsiasi Regione o città giusto per dire che “con l’autonomia risolveremo tutti i nostri problemi e diventeremo migliori, finalmente simili a Trento e Bolzano che si tengono tutti i soldi nella loro Regione per spenderli come vogliono”.

Quello a cui mi riferisco con affermazioni di questo genere è il referendum provinciale sull’autonomia che si è svolto a Belluno contestualmente alla consultazione regionale. Avendo io vissuto, seppure non per tanto tempo, in quella provincia, una delle province più dimenticate – chissà perché – del Veneto, mi sono interrogata sulle ragioni che hanno spinto gli abitanti del bellunese ad esprimersi favorevolmente all’autonomia e la domanda che mi sono posta è: anche se la città arrivasse ad avere le stesse tutele di Trento e Bolzano le saprebbe sfruttare al meglio? Cosa farebbe? E soprattutto, farebbe qualcosa?

Inutile dire che bisogna avere una mentalità aperta e soprattutto un programma preciso da seguire, non improvvisare o inseguire sogni lontani.

Per avere maggiore autonomia bisogna sapere come utilizzare questo strumento ed è necessario che i leader che fanno valere le pretese del loro popolo siano in grado di sapere come sfruttare queste nuove risorse, per dare vero slancio alla loro Regione, ma soprattutto al Paese di cui essi fanno parte, in un’ottica di collaborazione comune.