La Banca centrale europea è un’istituzione indipendente dal potere politico, e per questo nessun suo rappresentante di vertice si è mai voluto schierare apertamente e pubblicamente in favore di un parlamento dell’Eurozona, non entrando, così, in un quadro politico che non compete a questa istituzione. Tuttavia, in diverse occasioni, eminenti rappresentanti della Bce hanno palesato l’inadeguatezza dell’attuale assetto europeo, facendo talvolta anche proposte concrete, seppure in ambito più tecnico-economico che strettamente politico e di accountability rappresentativa, in favore di un perfezionamento della macchina statale europea.

Per esempio, già Jean-Claude Trichet, nel 2011, allora Presidente della Bce, chiese un ministro del Tesoro europeo (non dell’Eurozona…). Ma molto più alta e in modo molto più frequente di quella di Trichet si è alzata la voce di Mario Draghi, suo successore alla presidenza della banca centrale, stimolato anche da eventi politici ancora più pressanti. Già un mese dopo la sua elezione, Draghi disse forte e chiaro che “l’Europa ha bisogno di muoversi rapidamente verso una maggiore integrazione economica”.

Un concetto che spesso l’attuale Presidente della Bce ha espresso è quello della condivisione di sovranità (“shared sovereignty”) in Europa, una locuzione forse formale, ma sicuramente ben precisa nell’intenzione di spingere verso un nocciolo duro dell’Eurozona, affinché la Bce possa operare al meglio, con una controparte politica di pari livello. Rintracciamo queste parole in un monito che Draghi lanciò nell’agosto dell’anno scorso, rivolto in particolare – ma non solo – all’Italia, quando disse che “per i Paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali“.

Tale espressione è stata ribadita con maggior vigore, maggiore risonanza mediatica e maggiore pregnanza di senso, per il contesto in cui è stata inserita, il 27 novembre in un discorso tenuto all’università di Helsinki. Così, infatti, parlò in quell’occasione il Presidente della Bce:  “Nell’area dell’Euro le scelte di politica economica sono così interdipendenti che, in ultima istanza, la sovranità dovrebbe essere esercitata in comune. Perciò ritengo che abbiamo bisogno di condividere maggiormente la sovranità su questo terreno. Questo potrebbe tradursi con un salto in avanti da regole comuni a istituzioni comuni. […]. L’unione monetaria è più efficiente nel salvaguardare gli interessi fondamentali dei cittadini, quando gli interessi comuni sono riconosciuti in quanto tali, quando le responsabilità che derivano dal partecipare a una comunità sono assunte appieno. In altre parole, il suo successo dipende in definitiva dal prendere atto che condividere una moneta unica è un’unione politica, e significa assumerne fino in fondo le conseguenze. Ciò richiede un regime adeguato per quanto riguarda l’obbligo di rendere conto del proprio operato e la trasparenza”.

Dopo questo discorso, un’altra dichiarazione piuttosto conosciuta è quella rilasciata il 16 marzo a Francoforte, nota alle stampe per il “quantum leap”, ma in cui egli disse anche che c’è bisogno di una “responsabilità rafforzata dell’Unione europea verso i suoi cittadini”, considerata la forte interconnessione in atto fra le sue economie (altro binomio causa-effetto, questo, – interconnessione delle economie e quindi bisogno di accountability – frequente nelle sue parole), e che “abbiamo bisogno di muoverci da un sistema di regole e linee-guida per politiche economiche nazionali a un sistema di più ampia condivisione di sovranità entro istituzioni comuni.”

Ma non solo Draghi. Un altro membro, fra gli altri, del Board della Bce a essersi espresso più volte a favore di una maggiore integrazione europea, in particolare nell’Eurozona, è Benoit Coeuré. Ecco alcuni stralci di una sua dichiarazione del 27 agosto di quest’anno: “Il nostro quadro istituzionale non è ancora sufficiente per completare l’Unione economica e monetaria, quando si tratta di problemi economici, fiscali e finanziari. La Bce non ha una forte controparte politica in queste aree. […] Abbiamo bisogno di sfruttare la fiducia nella moneta unica per costruire istituzioni che rafforzeranno la coesione della nostra unione politica ed economica. Per conseguire ciò, abbiamo bisogno di ricreare il senso di responsabilità condivisa. […] Il Meccanismo europeo di stabilità è un notevole traguardo e potrebbe diventare la base di un “Tesoro dell’area euro”, a condizione che sia portato sotto il cappello dei trattati dell’Ue e sotto il controllo del Parlamento europeo. […] Voglio che questo sia chiaro: non possiamo sostenere un’Europa di solidarietà credendo che le politiche economiche di ogni Paese dell’area euro siano affare del parlamento di quel Paese soltanto. La crisi ha mostrato pienamente questa contraddizione. […] Dovremmo favorire decisioni condivise che influenzino il futuro dell’area euro entro istituzioni comuni con un mandato europeo e un controllo democratico a livello europeo.” Si sente, in queste parole, l’eco della crisi greca, che ha smosso non poco le sensibilità degli esponenti della Bce e non solo degli esponenti della Bce.

Un’ulteriore accelerazione, infatti, ha intrapreso Draghi in seguito ai drammatici Vertici del Consiglio europeo di giugno-luglio. Chiudiamo, quindi, questa rassegna con un’altra importante dichiarazione di Draghi, tenuta presso la Commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo, che riporta: “Dalla nostra prospettiva, due elementi sono di particolare importanza. Primo, nonostante i migliori sforzi di tutti gli attori coinvolti, la crisi [greca] ha mostrato che l’unione monetaria richiede un centro politico; un centro che possa prendere le rilevanti decisioni fiscali, economiche e finanziarie per l’area euro tutta insieme in maniera rapida e trasparente con piena legittimazione democratica e un chiaro insieme di responsabilità dategli dai legislatori. È in questo spirito che ho chiesto ripetutamente uno spostamento da una coordinazione basata sulle regole a una condivisione di sovranità entro istituzioni comuni. Il rapporto [dei cinque Presidenti] propone un Tesoro dell’area euro come un esempio. Ora c’è bisogno che tali idee siano espresse.”

Per trarre una breve conclusione di analisi politica dalla lettura di queste varie dichiarazioni, è manifesta l’urgenza con cui, ripetutamente e sempre più frequentemente in quest’ultimo periodo storico, la Banca centrale europea ha richiesto alle istituzioni e agli Stati europei un decisivo avanzamento verso una maggiore, più salda integrazione europea. Perché l’ha fatto? Perché la Bce è l’unica istituzione europea veramente federale e quindi l’unica che, secondo noi federalisti, possa osservare con la dovuta perizia la situazione politica in Europa. Tuttavia, la Bce è indipendente dal potere politico, per osservanza del suo Statuto. Sono altri, sono gli Stati, dunque, che devono compiere i definitivi passi verso la creazione di una vera Federazione europea. E, se non lo faranno a tempo debito, la Bce, con l’euro, sarà probabilmente la prima a saltare.