“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà.”

O. SPENGLER, Il tramonto dell’Occidente

In un articolo recentemente apparso su “La Repubblica” Roberto Saviano – l’intellettuale al servizio dei potenti, secondo Diego Fusaro – ha opposto aspre (e ragionevoli) critiche ad alcune frasacce partorite da Matteo Salvini: nel testo, il popolare autore di “Gomorra” si scaglia contro i presunti sostenitori del “buonismo” e giunge ad asserire, quasi ottenebrato da misteriosi fumi, che tale termine dovrebbe essere eliminato perché indicante qualcosa che, configurandosi come corretto esercizio della ragione, meriterebbe ben altro appellativo: Saviano, infatti, sostiene che il “buonismo” sia un’invenzione proveniente dalla stolida mente di chi odia contemplare il “buono” e pertanto preferisce infangarne la sacra aura con la turpe parola che lo scrittore vorrebbe scagliare nel profondo pozzo dell’Oblio.

Non si può negare che negli ultimi tempi il termine “buonismo” abbia concretamente raggiunto una non trascurabile fama, e non si può negare che – come spesso accade quando una parola, a causa della propria “popolarità”, comincia a subire innumerevoli ab-usi – tanti utilizzino il singolare termine senza troppa coscienza: purtroppo, si tratta di verità. Ora, però, sorge una domanda: il fatto che il vocabolo “buonismo” sia soggetto a svariati maltrattamenti ne legittima la distruzione? O forse, con uno sforzo, è possibile individuare un valore capace di legare al medesimo un uso più significativo? La bella lingua della penisola che generò il Sommo Poeta merita almeno qualche riflessione.

Il termine “buonismo”, sorto e diffuso in ambito politico, ha gradualmente assunto un’accezione assai spregiativa: è palese, dunque, che tale vocabolo, pur provenendo dalla parola “buono”, si è progressivamente distanziato dalla stessa e ha quindi conseguito una propria sfumatura semantica, un proprio spazio concettuale: improbabile, in questo senso, la teoria avanzata da Saviano, perché volta ad affermare l’esatto contrario – un contrario secondo il quale il termine “buonismo” coinciderebbe con una sorta di maschera vacua ed inconsistente, ossia con una parola priva di qualsiasi spessore. Per comprendere nitidamente quale distanza separi i concetti di “buono” e “buonismo – e quindi afferrare l’argomento che squalifica la tesi di Saviano – è tuttavia necessario epurare il termine “buonismo” dai morbosi e noncuranti abusi che ha patito e che tuttora patisce, i quali ne offuscano la relativa dimensione semantica: il termine “buonismo”, infatti, non è la categoria nella quale gettare qualsiasi ragionamento diverso dal proprio, o qualsiasi atto testo al perseguimento di ideali diversi dall’egoismo più sfrenato, o – ancora – ogni discorso sviluppato con moderazione ed equilibrio. (La categoria-spazzatura appena illustrata è ciò che nasce dall’abuso del Buonismo, ossia dall’applicare tale parola anche a ciò che non è deformazione del Buono, ma il Buono in sé: è la categoria che nasce, quindi, quando il vocabolo in questione si tramuta in un gorgo che tutto ingurgita indifferentemente.) Il termine “buonismo”, in realtà, acquisisce piena ed espressiva valenza se rapportato ad una determinata forma mentis e ad un preciso modus loquendi: quali? Si tratta di categorie del pensare e del dire che, quando applicate, generano una corruzione del Buono (che, in ultima analisi, è il Bene): se il Buono diviene Buonismo – le maiuscole, che qualcuno potrebbe definire “altisonanti”, sono qui utilizzate per evidenziare che si sta discutendo di categorie concettuali –, si sceglie di ignorare il Buono, e non di nasconderlo dietro ad inquietanti maschere.

Il Buonismo è la costa cui approda chi si lascia sedurre da un’immagine (ir)riflessa del Buono, da un miraggio che, essendo tale, non coincide con il Buono in sé, ma con un Buono apparente, apparente perché non originato da un processo critico e consapevole: la forma mentis tipica di chi appoggia il Buonismo è a-critica, accetta un’immagine cristallizzata e convenzionale, un ritratto del quale il “buonista” si appropria senza interrogare sé stesso, senza avvalersi della dialettica socratica che permette alla propria mente di procedere immanentemente verso il Buono, il quale si rivela soltanto quando è frutto di un percorso cosciente e non di un’imposizione retta da comuni stereotipi. Ad una forma mentis simile consegue, ovviamente, un modus loquendi altrettanto distorto: il “buonista” dice in maniera stucchevole, dice adeguandosi, dice senza capire sinceramente, dice perché aderisce passivamente al Buono qualunque, ossia ad un concetto che non sa definire perché non conosce personalmente. Il Buonismo è la modella di turno che predica e pontifica intorno a svariate cause sociali, ma poi lavora e guadagna tramite coloro che definisce “nemici”; il Buonismo è giustificare le proprie azioni con un “Perché sì!” dal carattere disgustosamente tautologico; il Buonismo è parlare del Buono, ma non saper rispondere al Ti esti? Socratico; il Buonismo è carezzare il volto dell’etica, ma non esser capaci di baciarne le labbra: il Buonismo ignora il Buono, è vestire un’illusione, è sinonimo di non-pensiero, e il non-pensiero è pericoloso: non serve dimostrarlo.

Dunque esistono e il Buonismo – deformazione del Buono che si palesa come forma del non-pensiero – e l’abuso del Buonismo – deformazione di una deformazione che proviene da un incremento esponenziale del non-pensiero –: sono nemici, hanno un nome e debbono essere combattuti.