Sono famose le parole del grande premier inglese Winston Churchill: “dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa”. Noi federalisti ci siamo sempre ispirati a questa idea, che dovrebbe guidare i popoli verso una vera unione politica. Potrebbe sembrare strano che quelle parole siano state pronunciate da un inglese, per quanto acuto fosse Churchill. Eppure, se si analizza con attenzione quel discorso (pronunciato a Zurigo nel 1946), ci si spiega tutto: il premier inglese desiderava che “la Gran Bretagna deve essere amica e sponsor della nuova Europa”, non parte di essa. Insomma, già allora gli inglesi volevano condividere i vantaggi di un’unione politica, economica o solo commerciale, ma tenendo un distacco tale che avrebbe loro permesso di non seguire l’Europa nella terribile recessione che sarebbe seguita all’eventuale fallimento di quel grande e ambizioso progetto.

Tuttavia, gli eventi post-bellici mescolarono le carte in tavola. Mentre nel continente nasceva un embrione di collaborazione interstatale (prima CECA e poi CEE), la Gran Bretagna veniva colpita da una grave crisi economica. Se la Francia poteva contare sui vantaggi della nuova unione per compensare la perdita progressiva delle colonie, la Gran Bretagna non godeva di questo vantaggio. Vistasi tagliata fuori da tanta prosperità, nel ’63 e nel ’67 il governo londinese inoltrò due distinte domande formali di annessione alle comunità europee. Entrambe furono bocciate dall’intransigente De Gaulle. Tuttavia, dopo la caduta del generale, nulla poté impedire al Regno Unito di entrare a far parte di quella che sarà l’Unione Europea. Siamo nel 1973, dieci anni dopo la prima richiesta formale.

Da quel momento c’è sempre stato un amore-odio fra Bruxelles e Londra: da una parte, la Thatcher ottenne dopo un lungo braccio di ferro l’esenzione dalle tasse sull’agricoltura, beneficio di cui il Regno Unito gode ancora oggi (vergognosamente, visto che tutti gli altri stati le pagano); dall’altra, Francia e Gran Bretagna diedero il là alla creazione della Politica di Sicurezza e Difesa comune (PESD), grazie alla Dichiarazione di Saint-Malo (1978). Nonostante ciò, Londra si dimostra spesso restia ad inviare truppe o personale nelle missioni di peacekeeping promosse dall’organismo che lei stessa ha creato.

Arrivando all’oggi, il Regno Unito si rivela essere una delle nazioni più euroscettiche del continente. I conservatori e lo UKIP sono impegnati in una doppia battaglia: vogliono liberarsi della Scozia e di Bruxelles. Si sentono minacciati sia dai Celti che dai latini, e questa sindrome da accerchiamento non può che far presa sulla popolazione. I recenti successi dello UKIP rendono altamente sconsigliabile lo schierarsi a favore dell’Europa; se possono, i politici britannici evitano l’argomento, ma se interpellati non possono che dirsi contro la “dittatura di Bruxelles” (lo stesso si applica per il povero Renzi: a populismo rispondi con populismo, e così si spiegano le recenti uscite del nostro premier contro gli eccessivi controlli da parte dell’UE). Il povero Cameron si è trovato in un vicolo cieco: per placare l’UKIP e le acque nel suo partito, ha dovuto includere il referendum sull’UE nel suo manifesto elettorale. Con ogni probabilità, era convinto di dover formare un governo con l’opposizione, che sarebbe stata intransigente nel togliere quel punto. Così, del referendum non se ne sarebbe fatto nulla. E invece Cameron ha stravinto, e si è trovato a governare da solo; ciò significa che non ha potuto rimangiarsi la parola data agli elettori.

Ora si prospettano due vie: o la Gran Bretagna rimane nell’UE, o ne esce. Nel primo scenario (che per intenzioni di voto è dato in svantaggio), l’euroscetticismo inglese verrebbe ridimensionato e l’Unione rimarrebbe tale e quale a com’è ora; nel secondo scenario, invece, la nostra Unione verrebbe duramente messa in discussione. A quel punto, sarà impossibile sottrarsi alla decisione di cosa fare dell’attuale mostro burocratico: tornare agli stati nazionali? Progredire tutti insieme verso la completa unione politica? Formare una zoccolo duro di stati che si doterebbero di un governo federale? Con uno dei paesi più euroscettici fuori dal ring, nulla è da escludere.

Con ogni probabilità, la Gran Bretagna perderebbe anche la Scozia in caso di uscita dall’UE; inoltre, sarebbe un grave danno per gli scambi e l’economia inglesi: non a caso, la Confederation of British Industry (la Confindustria inglese) e il Trade Union Congress (i sindacati) sono contrari all’uscita.

Una cosa è certa: liberandosi dell’Unione gli inglesi non usciranno dall’Europa. La Gran Bretagna continuerà ad essere influenzata dalle nostre politiche e dai nostri problemi, mentre perderà certamente un posto al tavolo dei negoziati.

Facendo due conti in tasca, io non mi opporrei nemmeno troppo all’uscita del Regno Unito, perché perderemmo uno stato che è troppo spesso disallineato con le politiche dell’Unione, e un voto contrario basta per fermare una legge, visto nel Consiglio Europeo vige il diritto di veto. Sarebbe senza dubbio il trionfo degli euroscettici inglesi, ma almeno uscirebbero dal Parlamento di Bruxelles, e poi vedremmo gli effetti che ha su uno stato l’uscita dall’UE. Se il Regno Unito dovesse entrare in recessione (e le previsioni degli economisti sono concordi in questo), tutti gli euroscettici verrebbero messi a tacere, dopo la sbornia iniziale. Di sicuro capiremo, finalmente, cosa vogliamo veramente fare della nostra Unione.

Chi vivrà, vedrà.