A due anni di distanza dal referendum che ha sancito la Brexit, è tempo di fare un primo bilancio per l’economia inglese. È infatti importante capire quale possa essere l’effetto di un’eventuale uscita dall’Unione Europea, vista la recente rinascita dei movimenti nazionalisti attraverso il vecchio continente. Il Regno Unito è stato scosso da numerosi terremoti in questi due anni, dalla piaga del terrorismo alla dissoluzione dello UKIP, il principale movimento euroscettico.

Nonostante i due matrimoni reali abbiano allietato il pubblico per qualche giorno, i dati economici non possono confortare Sua Maestà: il Regno Unito rimane il fanalino di coda in fatto di crescita del PIL, pari solo all’Italia – risultato piuttosto misero! Mentre l’Eurozona cresce a ritmi superiori al 2% all’anno (2.2% previsto per il 2018), l’isola britannica toccherà solamente l’1.5% nel 2018 e si prevedono risultati simili nel 2019. Come se non bastasse, gli investimenti calano – probabilmente in gran parte a causa dell’incertezza del divorzio con l’UE – e pure i prestiti al consumo, giù del 21% a marzo 2018 rispetto al mese precedente. Alcuni economisti sostengono che i risultati sarebbero ancor più preoccupanti se escludessimo la crescita mondiale, che ha superato le aspettative e trainato lo UK.

Anche il fronte monetario non porta soddisfazioni: l’aumento dei tassi d’interesse, promesso per maggio 2018 con un anticipo di più di sei mesi sulla BCE, verrà probabilmente rimandato a causa dei pessimi risultati dell’economia nel primo trimestre di quest’anno. Il risultato è stato un deciso deprezzamento della sterlina, causato da massicce vendite da parte di investitori che avevano perso fiducia della parola della Bank of England.

I brexiters notano però che la disoccupazione ha toccato livelli incoraggianti, abbassandosi rispetto agli scorsi due anni. Nonostante questo sia un dato incontrastabile, altri commentatori ricordano come gli indicatori del mercato del lavoro siano lagging indicators: rappresentano le condizioni degli scorsi 12-24 mesi, perché le aziende non reagiscono assumendo o licenziando personale appena percepiscono, rispettivamente, una crescita o una contrazione nell’economia. In altre parole, dovremmo andare con i piedi di piombo nell’attribuire il calo nella disoccupazione alla Brexit. Peraltro la diminuzione rispecchia un trend comune a tutta l’Unione Europea, compresi i paesi più deboli come l’Italia. A voler infilare il dito nella piaga, potrei aggiungere che i salari reali sono ancora il 10% più bassi rispetto ai livelli pre-crisi. È facile creare lavoro sottopagato (come fa anche la Germania), ma il benessere generato sarà più basso.

Sarebbe anche interessante dividere la crescita delle aree pro-Brexit da quelle pro-Remain. Ho la netta sensazione che la timida ripresa mostrata negli scorsi anni sia in gran parte dovuta a Londra, al 60% per il Remain. La capitale mantiene un’economia basata sugli scambi e sui flussi di cervelli, attraendo una buona fetta della finanza europea. Tuttavia, anche Londra potrebbe essere destinata ad un triste declino: è diventata una delle città più care al mondo – al pari di New York, Singapore e San Francisco – e dipende in gran parte proprio da quegli immigrati che oggi vivono nell’incertezza, aspettando i risultati dei negoziati Brexit.

Il Regno Unito perderà anche potere negoziale e opportunità di crescita. L’industria aeronautica inglese, capitanata da un gigante come Rolls Royce, contava nell’inclusione nei programmi spaziali europei. Oggi, però, è facile che il paese venga escluso sia da Copernico che da Galileo, i due principali progetti avviati. Allo stesso modo, dovrà rinegoziare l’utilizzo dello spazio aereo sopra l’Atlantico con gli Stati Uniti, che sembra non siano affatto in vena di concessioni e sconti. Questo è solo un esempio di come Sua Maestà potrebbe perdere ulteriore prestigio ed opportunità economiche in seguito alla Brexit.

Per concludere, devo dire che è fisiologico perdere una percentuale di PIL, spesso in forma di una crescita più bassa rispetto alle aspettative, a causa dei trasferimenti delle aziende, notoriamente allergiche all’incertezza. Anche nel caso catalano, tre fra le più grosse aziende della regione si sono spostate fra i Paesi Baschi e la Comunità di Madrid dopo il tanto chiacchierato referendum d’indipendenza. Il risultato è una compressione delle stime di crescita e una perdita di posti di lavoro in favore della controparte.

Notando l’emergere di movimenti secessionisti e nazionalisti, è bene riflettere su questi dati. Aggiungiamo che lo UK non aveva l’euro ed era quindi molto più slegata all’Unione Europea rispetto a quanto lo sia l’Italia o la Grecia, tanto per citare due mine vaganti. Cosa succederebbe alla nostra economia in caso di Italexit? Gli scenari economici sono vari, ma c’è una quasi unanimità nel riconoscere che il risultato sarebbe una violenta recessione per il nostro paese, accompagnata da una speculazione finanziaria sul nostro debito a cui francamente non potremmo controbattere. Non è un caso che perfino le forze euroscettiche ora al governo abbiano cassato il cosiddetto “piano B” di Savona, ancorandosi all’Unione Europea. Temo però che le tensioni siano destinate ad emergere nuovamente. Quando e in che misura, lo vedremo.