La Commissione Europea ha a disposizione un budget annuale per condurre le politiche a lei delegate per conto degli stati membri. Nonostante questo budget stia progressivamente aumentando, si tratta ancora di piccoli importi rispetto al PIL degli stati. La dotazione della Commissione è infatti di circa 150 miliardi di Euro, che equivale a circa l’1% del PIL europeo e al 2% delle spese governative totali (cioè le spese per garantire la sanità pubblica, libera educazione, etc.).

La composizione e le risorse del budget sono molto cambiate. Siamo passati dall’avere solo ricavi dalla tariffa comune (ossia le tariffe riscosse dalle importazioni dai paesi non UE) e dalla tassa sulla produzione e immagazzinaggio di zucchero all’interno dell’UE a risorse molto più complesse e sostanziose. Oggi il 73% dei soldi a disposizione della Commissione viene dalla cosiddetta “risorsa marginale”, cioè i fondi versati direttamente dagli stati membri per coprire tutte le spese in eccesso, per il principio dell’equilibrio di bilancio. La seconda voce, che corrisponde a circa l’11% del totale, sono le entrate IVA, ottenute prendendo lo 0.7% dell’IVA esistente da ciascuno stato membro.

Ogni stato ha bisogno di denaro per condurre le proprie politiche. La Commissione ha una dotazione particolarmente esigua – ricordo, l’1% del PIL europeo – e noi federalisti critichiamo spesso questo aspetto. La limitatezza delle risorse è solo uno degli aspetti negativi del budget continentale; forse è il più immediato ed il più semplice da mostrare, ma non è certamente il più discutibile.

Innanzitutto, ho citato prima il principio dell’equilibrio di bilancio. Nonostante questo possa sembrare una caratteristica piuttosto innocente, non lo è affatto. Al contrario, è uno dei principali motivi per cui la Commissione ha le mani legate quando si tratta di spese ed investimenti. Ciò accade per due principali ragioni: primo, l’Unione Europea non può contrarre debito; secondo, gli stati membri controllano l’afflusso di ossigeno (leggi “denaro”) alla Commissione. È inevitabile che ciò tagli ogni opportunità di una politica seria e mirata per promuovere lo sviluppo a livello europeo.

Ciò che è peggio è che il budget annuale deriva dal cosiddetto “Multiannual Financial Framework” (MFF), che dev’essere approvato all’unanimità dagli Stati ogni sette anni. Il Parlamento può solamente dare il consenso, ma non può proporre emendamenti. Ciò significa che i paesi membri decidono in tutto e per tutto quanti fondi assegnare alla Commissione e in che aree questi fondi devono essere spesi. L’MFF definisce infatti i tetti di spesa per ciascuna categoria di competenza UE, limitando la libertà della Commissione.

Per essere più precisi, la Commissione spende il 40% del budget nella politica agricola comune, il 34% per la coesione territoriale, il 14% per la competitività e lo sviluppo, il 6% in costi di amministrazione, il 6% per il programma “Global Europe” (assistenza ai paesi in via di sviluppo, politiche di vicinato, finanziamento di programmi di convergenza per i paesi che hanno fatto domanda d’ingresso all’UE, etc) e altre categorie trascurabili. Credo sia quantomeno discutibile che buona parte delle disponibilità economiche della Commissione sia spesa per l’agricoltura – che rappresenta meno del 5% sia del PIL che dell’occupazione in Europa – ma ciò deriva dal nostro passato, quando i sei fondatori hanno deciso di adottare una politica agricola comune. Dopo aver iniziato a spendere, gli agricoltori e gli allevatori hanno fatto enormi resistenze per mantenere i propri privilegi e gli Stati non sono ancora riusciti a sistemare la questione. La prossima volta che vedrete dei contadini in piazza a manifestare contro l’Europa fate loro presente che stanno prosciugando il 40% dei fondi.

Dopo aver determinato alcuni dei molti problemi del budget europeo, cerchiamo di trovare qualche soluzione. Noi federalisti abbiamo sempre proposto due principali strade: la Carbon Tax, che sarebbe imposta sui paesi che esportano verso l’Europa in base alla CO2 prodotte, e la Tobin Tax, ossia una tassa sulle transazioni finanziarie che è stata adottata grazie alla cooperazione rafforzata da 11 paesi membri. Queste risorse permetterebbero di aumentare sensibilmente l’autonomia dell’Unione Europea, trattandosi di tasse non vincolate da decisioni statali. Un’altra soluzione potrebbe essere prelevare una percentuale maggiore dall’IVA nazionale, magari passando dallo 0.7% all’1%. Tuttavia, ciò significherebbe che i paesi vedrebbero le loro entrate diminuire di qualche miliardo di Euro, per cui quest’ultima è una strada politicamente difficile.

Il recente rapporto Beres-Böge sottolinea l’importanza di un bilancio comune. Non esiste uno Stato senza un budget autonomo e la possibilità di condurre spese a debito. Stiamo notando che questi temi stanno diventando sempre più presenti nel dibattito europeo ed intergovernativo, per cui possiamo sperare che una piccola fiammella di cambiamento si accenda. Ne abbiamo bisogno se vogliamo veramente arrivare alla federazione: prima vengono i soldi, poi si arriva alla politica.