Da diversi mesi a questa parte, in un’area del globo spesso trascurata dalle grandi potenze che attualmente si fronteggiano con durezza, una crisi che già risultava devastante si è ulteriormente esacerbata, conducendo a uno scenario che ha ripetutamente destato la preoccupazione dei media. L’area in questione è quella occupata dallo stato sudamericano del Venezuela.

Dopo quattordici anni di chavismo, nel 2013 la guida del Paese sudamericano venne assunta da Nicolás Maduro, considerato dallo stesso Chavez il suo erede. La vittoria che permise al sindacalista di raggiungere la carica presidenziale fu determinata da un sottile margine di vantaggio e seguita da consistenti polemiche: il suo diretto avversario, l’avvocato di origine ebraiche Henrique Capriles Radonski, non riconobbe la sconfitta e pretese un nuovo conteggio dei voti. A poco servì tale richiesta.

Come evidenzia una ricostruzione sviluppata da Limes, la presidenza di Maduro è stata segnata dall’acuirsi di svariate problematiche la cui origine starebbe in alcune scelte volute da Chavez: in primis, una crisi economica sempre più allarmante, tale da avvicinare il Paese al default; quindi, accanto a tale tracollo, questioni come la scarsità di generi alimentari, l’inflazione, le complesse decisioni inerenti alla politica estera, la corruzione sistematica e la violenza – tema, quest’ultimo, sul quale si tornerà più avanti.

Quest’anno, a maggio, Maduro ha trionfato ancora una volta. Se la tornata elettorale che nel 2013 lo condusse alla nomina presidenziale fu accompagnata da non poche critiche, quest’anno le accuse mosse al chavista sono state tante. E sferzanti.

Impietose le parole formulate dalla giornalista venezuelana Marinellys Tremamunno nell’intervista rilasciata dalla stessa a “L’Espresso”. La Tremamunno, come molte altre voci veicolate dai media, ha definito le recenti elezioni una tornata priva di credibilità, ha accusato Maduro di aver perso gran parte dell’appoggio popolare (l’80% della cittadinanza, secondo la giornalista, sarebbe contro il chavista), e ha lasciato intendere di non credere alla legalità delle votazioni. Stando alle opinioni delineate dalla venezuelana, l’attuale potere di Maduro si reggerebbe soprattutto sull’apparato burocratico facente capo allo stesso, e l’apparato in questione trarrebbe il proprio sostegno dallo Stato. L’Esercito, invece, rientrerebbe ancora nel controllo di Maduro grazie ai cospicui benefit concessi alle alte gerarchie militari. I dissidenti, come il pilota di elicotteri Óscar Pérez, verrebbero tutti trucidati brutalmente.

Alla fosca descrizione proposta dalla Tremamunno (in particolare, alla questione relativa all’impiego della violenza) dà adito uno scandalo scoppiato nelle ultime settimane. Come riportano la BBC e Il Post, il 22 giugno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite ha accusato le forze dell’ordine venezuelane di aver compiuto arbitrarie operazioni militari con il solo scopo di uccidere per dimostrare una presunta diminuzione del crimine. Il capo del commissariato, Zeid Ra’ad al Hussein, ha definito lo Stato “virtualmente assente”. Stando all’ONU, le “Operazioni per la liberazione del popolo” avviate nel 2015 hanno condotto all’uccisone di 505 persone, tutte assassinate durante sospetti blitz nei quartieri poveri che prevedevano anche la contaminazione delle scene del crimine. Al Hussein ha domandato che venga intrapresa un’indagine: certo è che un’accusa simile, se sommata alla sanguinolenta repressione delle proteste avvenute nel 2017, rende sempre più cupa l’immagine del presidente venezuelano.

Non è casuale, allora, che la CNN, con un articolo redatto da Frida Ghitis, si sia pronunciata così rispetto al chavista: “The world already knows that the country long ago ceased to be a democracy. Maduro is a dictator.” All’interno del testo, pesanti sono le parole destinate al presidente venezuelano: Ghitis ritiene che nel Paese governi uno dei presidenti più incompetenti al mondo, un uomo a causa del quale lo Stato sudamericano sarebbe giunto al “dismantlement of the rule of law”. In particolare, secondo la giornalista il passaggio dall’autocrazia populista alla dittatura sarebbe avvenuto tramite il controllo del comparto giudiziario e una spregiudicata politicizzazione del sistema legislativo. Frida Ghitis, dunque, non si ritiene sorpresa dal fatto che il World Justice Project abbia collocato all’ultimo posto del proprio indice il Venezuela.

Lontana dal coro e vicina a ciò che Maduro ha sostenuto in propria difesa, invece, è l’analisi pubblicata da Fabio Marcelli per Il Fatto Quotidiano. Il giornalista romano ritiene che il Paese sudamericano negli ultimi anni abbia ricevuto un feroce e intenso attacco da parte dei poteri forti internazionali. Tale attacco si sarebbe sviluppato sul piano politico, economico, mediatico e militare, infangando la stagione democratica che da oltre vent’anni accompagnerebbe le vicende politiche dello Stato. Sulla stessa linea si possono collocare le parole che, come riportato da Reuters, Maduro ha indirizzato ad al Hussein, il commissario delle Nazioni Unite menzionato in precedenza: “a puppet of the United States”, “a tumor”, “a militant of the fascist Venezuelan right”, secondo Maduro.

I rischi che attualmente corre il Venezuela potrebbero determinare lo sfascio completo del Paese. Se il profilo di Maduro risulta ambiguo e sempre più inquietante, la ricerca di una svolta appare pressoché necessaria: è in pericolo il futuro di trentadue milioni di persone.