Conosce meglio di ogni altro gli ambienti di Bruxelles e Francoforte. Di recente ha proposto di istituire una indennità di disoccupazione europea, ma per trovare ascolto deve alzare la voce

Carlo Padoan è un economista serio ed equilibrato. Da quando è stato nominato Ministro dell’Economia, dirige con competenza uno dei dicasteri più impegnativi e dimostra di saper bene destreggiarsi tra i richiami al rigore che gli vengono da Bruxelles e gli strappi populisti, cui deve resistere a Roma. Mantiene un aplomb irreprensibile anche nei momenti più complicati e non trascende quando lo provocano. Nell’eloquio e nei tratti del viso sembra l’incarnazione dell’economia come “dismal science” secondo la celebre definizione di Thomas Carlyle, la scienza triste ma necessaria nelle società complesse. Non ha cambiato tono nemmeno quando ha proposto di introdurre un sussidio di disoccupazione gestito dalla Commissione e alimentato da un Fondo da istituirsi nel bilancio comunitario. E’ una iniziativa felice per almeno due ordini di ragioni.

La prima riguarda la progressiva dissociazione fra economia e lavoro, per cui il secondo può andar male anche se la prima va bene. L’efficace espressione di John Kennedy secondo cui “la marea che sale alza tutte le barche” poteva avere una sua validità negli anni ’60 quando assieme ai redditi cresceva anche l’occupazione, ma oggi è smentita da una molteplicità di dati e di analisi. L’Europa ha 25 milioni di disoccupati strutturali, cui si devono accostare 120 milioni di persone a rischio povertà. Secondo il rapporto 2015 dell’International Labour Organization, Agenzia dell’Onu per il lavoro, dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi nel mondo si sono persi 61 milioni di posti di lavoro e i disoccupati arrivati a 202 milioni sono destinati a salire ancora, coinvolgendo anche le economie emergenti. Padoan ha detto chiaramente che è arrivato il momento di mettere sul tavolo la questione lavoro, mentre il messaggio prevalente finora trasmesso dall’Unione ai cittadini europei riguarda il binomio banche – economia. In materia ha proposto una misura tecnicamente anticiclica per una durata massima di 6-8 mesi, ma non ha mancato di sottolineare che la crisi è connaturata alle trasformazioni di lunga durata di molti settori produttivi. L’economia europea, quella italiana in particolare, si fonda ancora su manifatture ad elevata intensità di lavoro, che per reggere la concorrenza inseguono sempre nuovi margini di produttività con tecnologie labour saving. Start up e settori avanzati chiedono molta intelligenza, capacità di progettazione, innovazione continua, ma poche braccia. La Apple farà quest’anno 90 miliardi di dollari di fatturato con 90.000 dipendenti, mentre negli anni ’60 la General Motors per fare 7 miliardi di fatturato aveva bisogno di 600.000 dipendenti. La proposta Padoan rompe pertanto il silenzio dell’Unione sulle grandi tendenze in atto e, pur avendo carattere circoscritto, apre uno spiraglio per un più ampio impegno istituzionale.

La seconda ragione riguarda il welfare. In questo settore l’Unione ha conseguito risultati molto modesti, nell’idea che l’economia avrebbe trainato un processo di sviluppo generale comprensivo anche degli aspetti sociali. Questo processo si è effettivamente verificato nei singoli Stati, secondo modelli diversificati rispondenti alle singole storie nazionali. In Germania, Austria e Francia si è affermato il modello c.d. tedesco, basato su principi di tipo assicurativo per proteggere il lavoratore dai rischi contro l’invalidità, la malattia, la disoccupazione. L’Inghilterra è partita dall’idea di contrastare anzitutto la marginalità sociale, con misure di sostegno dei redditi indipendenti dalla condizione lavorativa. Svezia, Finlandia, Danimarca hanno posto attenzione non solo alla povertà estrema ma alle disuguaglianze sociali e hanno realizzato politiche sociali molto estese a totale carico pubblico. L’Italia, assieme a Spagna, Grecia e Portogallo, ha confidato molto sul ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale complementare rispetto alle misure pubbliche articolate nei tradizionali pilastri della sanità, dell’assistenza, della previdenza. La diversità dei percorsi seguiti non ha impedito allo spazio europeo di raggiungere il livello di welfare più elevato del pianeta, ma ora i singoli sistemi nazionali sono in declino e la contrazione della spesa pubblica fa già sentire i suoi effetti sulle classi più deboli.

E’ tempo quindi di una risposta europea per il lavoro e le prestazioni sociali, avvicinando i cittadini e dimostrando loro che la Carta dei diritti fondamentali non è un vuoto esercizio di retorica umanitaria. I precedenti non mancano, dal Libro Bianco di Jacques Delors degli anni ’90 fino al progetto che il Commissario agli Affari Sociali in carica László Andor ha presentato nel 2013, incontrando l’ostacolo della Germania in quel momento preoccupata della deriva dei Paesi mediterranei ed in particolare della Grecia. Carlo Padoan trova pertanto un sentiero già tracciato, anche se poco frequentato. In questa sua proposta, si è dato cura di indicare gli appigli normativi nei Trattati e di far presente come sia immediatamente praticabile. Poi è stato travolto da altre urgenze e non ne ha più parlato. Per ottenere ascolto a Bruxelles deve tornare sull’argomento e alzare la voce, salvo che non intenda farlo fare al suo più loquace Presidente.