Questi ultimi vent’anni li abbiamo vissuti all’insegna della globalizzazione. Io, che sono nato proprio vent’anni fa, ho sempre visto l’Europa e l’Euro, mentre le Lire sono solo un ricordo sfocato delle prime paghette. Eppure la gente sembra essere stanca di questa interconnessione continua, e sempre più europei si esprimono in modo contrario a qualunque cosa possa portare a più apertura verso l’esterno.

Dico “europei” e non generalmente “persone” perché in realtà questo è un fenomeno prettamente europeo. Mentre noi ci intraversiamo e protestiamo contro TTIP e CETA, Cina, Giappone e Stati Uniti continuano a marciare sicuri sulla strada dell’integrazione commerciale.

Noi europei siamo stati i pionieri dei trattati di libero scambio, ma allo stesso tempo i campioni del protezionismo. Mentre Napoleone apriva la sua Francia al resto del continente, l’Inghilterra imponeva dazi sull’importazione del grano. Questi sentimenti contrastanti sono rimasti ancora oggi in tutti noi, anche se in questo momento i keynesiani animal spirits sembrano orientati verso la chiusura delle barriere commerciali.

È recente, infatti, lo slittamento della firma del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) a causa dell’opposizione del parlamento vallone. Si è accesa una grande polemica perché meno del 1% della popolazione europea (e in particolare i 44 parlamentari su 75 che si sono opposti) è riuscita a mettere un freno ad un concordato su cui si lavora da più di sette anni.

Ma cos’è questo CETA, e perché la Vallonia ha deciso di bloccare le trattative? In realtà, non è poi così diverso dal tanto discusso TTIP. Si tratta, infatti, di un accordo di libero scambio volto ad abbattere in maniera significativa i dazi (del 98% in media!) che ancora esistono su molti prodotti europei e canadesi nei rispettivi territori; maggior tutela contro la contraffazione dei prodotti importati, con particolare attenzione agli IGP e DOC; permettere agli ingegneri, architetti e commercialisti di prestare servizio in Canada o nell’Unione Europea come se fossero nel proprio paese d’origine. Si avrebbe anche un abbassamento dei prezzi dovuto alla maggior competizione, oltre ad una più ampia scelta per il consumatore. Molte persone temono che questo potrebbe portare ad un gigantesco afflusso di prodotti di scarsa qualità da Oltreoceano; in realtà, però, il problema non si pone, perché tutti i beni di esportazione dovranno rispettare le norme ambientali, igieniche e qualitative del paese di destinazione. Quindi non ci sarebbe neppure la minaccia di venire sommersi da bevande “al gusto di vino” oppure di dolci “al gusto di frutta” – anche perché, diciamocelo: chi mai li comprerebbe in Europa?

Ma allora perché la Vallonia si è opposta così fieramente? La regione belga, attualmente governata dai socialisti, vede di cattivo occhio i cosiddetti “tribunali ISDS”, che è semplicemente un altro brutto acronimo per “Investor-State Dispute Settlement”. Queste corti sono dei tribunali privati a cui le aziende possono appellarsi nel caso in cui, a loro parere, uno stato abbia infranto una legge sul libero scambio. È già successo che la Philip-Morris, che i fumatori sicuramente conosceranno, vincesse una causa contro il governo australiano per una campagna contro il fumo. A ciò si aggiunge il fatto che la Vallonia è una regione prevalentemente agricola – nonché piuttosto povera – e il governo teme che il CETA potrebbe scardinare l’economia locale.

Il risultato è stato che la firma del trattato, prevista per giovedì 27 ottobre, è dovuta slittare allo scorso sabato, dopo un turbolento dibattito. Trudeau, da gran signore qual è, si è limitato a chiamare Tusk per “sollecitare” l’Unione Europea a risolvere la questione in fretta. Tutto è andato per il meglio, ma una cosa è sicura: gli europei hanno fatto una magra figura a livello internazionale. È difficile comprendere che una fetta minuscola della popolazione possa far andare all’aria un trattato su cui si discute dal 2009. Il diritto di veto si è dimostrato ancora una volta per quello che è: un barbaro strumento antidemocratico che riesce a limitare le decisioni del 99,3% della popolazione. Siamo giunti ad un risultato che gli economisti direbbero “inefficiente”: per tutelare gli interessi di pochi, si sfavoriscono i molti, abbassando così l’utilità (leggi “benessere”) della popolazione. Da federalista quale sono, non posso mandare giù che ci sia ancora il diritto di veto in Europa, né tantomeno che si blocchi ogni tentativo di scambio bilaterale. Non dobbiamo dimenticare che stiamo perdendo occasioni d’oro per aprire i nostri orizzonti, oltre a fare figure di basso livello. L’Europa rischia davvero di stare a guardare dalla finestra mentre il Giappone, gli Stati Uniti, l’India e la Cina prendono il volo; se non vogliamo perdere l’aereo, dobbiamo svegliarci subito. Ora la palla passa ai 28 parlamenti, che devono ratificare la firma di sabato. Spero non ci siano colpi di scena, perché la credibilità europea ne uscirebbe davvero ridimensionata.