Il Trattato di Maastricht (1992) ha introdotto un nuovo istituto di diritto pubblico che fin da subito ha scatenato ampi dibattiti: la cittadinanza europea. Questa veniva attribuita a tutte le persone dei dodici stati firmatari del Trattato e viene detta “derivata” proprio per questo suo carattere sussidiario rispetto alle varie cittadinanze nazionali.

Le polemiche, però, non riguardavano soltanto i diritti (e in generale tutte le posizioni soggettive) che essa attribuiva, ma soprattutto una questione fattuale: era vero che ci si sentiva effettivamente cittadini europei?

È una domanda più complessa di quanto si possa pensare in un primo momento, e riceve tutt’oggi risposte contrastanti. Io stesso me la sono posta e ho dovuto riflettere ampiamente sul suo significato. Questo perché è difficile sentirsi veramente cittadini europei e allo stesso tempo tedeschi, spagnoli o italiani. Si è cittadini relativamente a uno stato, e questo ci destabilizza molto.

Dirsi “cittadini europei” comporta una dichiarazione forte e precisa: “la mia patria è l’Europa”.

Negarla, all’opposto, comporta l’obbligo di dire: chiunque si trovi al di là del confine del mio paese è straniero. Gli studenti Erasmus che vengono a studiare in Italia da ogni angolo d’Europa dovrebbero quindi essere chiamati stranieri. Lo stesso si dovrebbe pensare degli italiani che vanno in Germania o in Inghilterra. Questo, peraltro, avviene da sempre; a nulla è servita la firma dei trattati di Roma nel 1957, patti che legavano diversi stati in cui, effettivamente, ci si considerava reciprocamente stranieri.

Non penso, però, che questa sia ancora la situazione odierna. È inverosimile non sentirsi appartenenti ad un unico popolo, nonostante le differenze (preziose) che ancora vi siano. Vi sono un insieme di valori, scolpiti in tutte le costituzioni europee, che dimostrano una comune appartenenza a una stessa tradizione di tutti gli uomini e di tutte le donne dei paesi europei. Parliamo di libertà di manifestazione del proprio pensiero; libertà di sciopero; diritto a un voto libero, uguale e segreto; diritto a non essere discriminati per motivazioni relative all’identità sessuale, linguistica, razziale, religiosa; o per le proprie opinioni politiche e le proprie condizioni personali e sociali. E ancora: un generale rifiuto della guerra come strumento di offesa; diritto di difesa e ad un giusto processo. Tutti questi principi sono nati nel nostro continente, nel corso di una storia comune, e sono fondamentali elementi della nostra identità.

Dobbiamo solo avere il coraggio di andare oltre anacronistici confini nazionali per renderci conto di avere la calorosa compagnia di fratelli spagnoli, tedeschi, olandesi e, prima ancora, europei. E io, insieme a tanti amici che condividono questi ideali con me, ho il coraggio di urlarlo a pieni polmoni: sono un CITTADINO EUROPEO!

“Per un’Europa libera e unita”,

Federico Cazzaro