Pochi mesi fa il mio professore di Storia Economica ci ha assegnato un lungo articolo accademico (80 pagine) da preparare per le tre lezioni successive. Gli autori erano Acemoglu, Robinson e Johnson (non Boris 😉 ); i primi due sono propri quelli che hanno scritto il best-seller “Perché le nazioni falliscono”, che tratta esattamente lo stesso argomento dell’articolo che dovevo leggere. Non voglio tenervi sulle spine: il tema era come le istituzioni economiche e politiche influenzino la performance dell’economia nel lungo periodo.

Vi faccio un breve riassunto: Acemoglu e Robinson credono che le istituzioni politiche siano centrali per spiegare i risultati più o meno buoni dell’economia, perché chi detiene il potere politico determina la distribuzione delle ricchezze e delle risorse nella società. Da ciò segue un aumento o una diminuzione di efficienza economica. Fra il potere politico de jure e de facto il secondo è nettamente il più importante quando si parla di cambiamenti, perché il potere de jure di solito mira alla conservazione del potere attuale (l’abolizione del Senato italiano sarebbe un’importante eccezione).

Ma ciò che mi ha veramente colpito non è tanto “perché le nazioni falliscono”, quanto piuttosto “perché le nazioni nascono”. O meglio, quali sono le cause che determinano un cambiamento politico all’interno di un paese. Il grafico che vedete in cima all’articolo vi spiega ciò che intendo: un cambiamento del potere politico de facto è causato da una redistribuzione delle risorse all’interno di una società.

Ma perché sto scrivendo queste cose in un blog di federalisti? Beh, perché ora cercherò di applicare il modello Robinson-Acemoglu alla creazione di un’unione federale. Ovviamente, sono solo un semplice studente che cerca di mettere in pratica ciò che ha studiato. Se la conclusione e/o l’argomentazione vi sembrassero bizzarre, vi invito a commentare qui sotto, in modo da poter arrivare a qualcosa di più solido.

Sostanzialmente, si tratta di capire cosa può cambiare il potere de facto all’interno dell’UE. Guardando il grafico, scoprirete che quel cambiamento è generato da una diversa distribuzione delle risorse economiche. Detto in parole povere, dobbiamo capire cosa può concentrare più ricchezza nelle mani di individui che abbiano interesse a proseguire il processo di integrazione europea.

Sicuramente, la globalizzazione sta aiutando in questo senso, creando una classe imprenditoriale sempre più propensa ad investire all’estero per cogliere le opportunità dell’internazionalizzazione. Ciò ovviamente richiede maggiori sicurezze per gli investimenti e i diritti di proprietà: se l’imprenditore si sente sicuro che i propri soldi non spariranno in qualche modo, sarà sicuramente propenso ad investire. Non è un caso se la Confindustria è europeista. La creazione dell’Euro è stata una risposta a questo cambiamento nella distribuzione delle ricchezze (o meglio, nelle richieste di una classe che già deteneva un forte potere politico de facto), perché ha permesso la circolazione di capitali senza dover temere la svalutazione della propria moneta rispetto alla valuta del paese in cui si investe, e ha dotato gli imprenditori stessi di una moneta forte e stabile come l’Euro. Tuttavia, ciò non ha portato a ulteriori sviluppi, perché la classe imprenditoriale aveva già un grande potere politico de facto, e quindi le istituzioni politiche non hanno dovuto adattarsi un granché per adattarsi alle loro esigenze.

Tuttavia, in Europa si sta formando, per la prima volta, un grande gruppo sociale di giovani europeisti, o perlomeno che vivono l’Unione di più di quanto non facessero i loro genitori. Ciò porta un’altra fetta della popolazione verso la stessa strada già percorsa dagli imprenditori, sebbene per motivazioni diverse. Dunque, il peso sociale di chi richiede un cambiamento nell’Unione per rispondere più adeguatamente alle nuove esigenze sta aumentando. In particolari, i giovani hanno bisogno di mercato del lavoro veramente europeo e inclusivo. Alcune nuove istituzioni, come Erasmus+, sembrano rispondere parzialmente alle richieste di questo gruppo sociale.

Infine, in Europa sta nascendo una vera comunità di non-europei, come già è successo negli USA da tempo. A mano a mano che il numero di persone con origini extraeuropee cresce, il loro potere politico aumenta. Con esso si modificheranno anche le richieste agli stati nazionali e all’Europa, che quindi dovranno dimostrare di riuscire a stare al passo con i tempi. Tuttavia, mi risulta difficile capire in che modo gli immigrati sposteranno la bilancia politica continentale. Mi viene da pensare che richiedano maggiore comunicazione e apertura verso i propri paesi d’origine, ma non c’è nulla di scontato. Se lo scenario che ho appena immaginato si verificasse, credo che l’Unione Europea sarebbe un perfetto mezzo di dialogo fra le parti, perché sarebbe composta essa stessa di molti popoli diversi, abituati a relazionarsi sia economicamente che politicamente.

Staremo a vedere dove andremo a finire. Mi sembra che stia crescendo una macroclasse sociale molto eterogenea che auspica una più solida integrazione europea. Più tempo passa, e più questa macroclasse si ingrossa, ottenendo così maggior rilevanza politica. A lungo termine, sono piuttosto sicuro che questo comporterà un cambiamento radicale nel nostro panorama politico (leggi: creazione di uno stato federale). Non devo nascondervi che ne sarei felice.