La globalizzazione è sfuggita di mano sia agli Stati che alle grandi Organizzazioni internazionali. Se la soluzione passa attraverso forme di governance sovranazionali, l’Europa è il modello più avanzato

La globalizzazione è uno dei fenomeni più appariscenti della modernità. La viviamo  quotidianamente, quando andiamo a far benzina oppure in banca e ci accorgiamo delle conseguenze di eventi lontani sulle nostre capacità di spesa o di risparmio. I cellulari che portiamo con noi come una seconda pelle non sono fabbricati in Italia e non hanno nemmeno una precisa origine territoriale. Il diffusissimo iphone è progettato a Cupertino in California, prodotto tra Taiwan e Singapore, assemblato a Shenzen nella Cina popolare, commercializzato ovunque. Potremmo trovare esempi analoghi in altri comparti come quello dell’automobile, degli elettrodomestici, dell’abbigliamento, perfino dei giocattoli. Anche se rimaniamo radicati nelle nostre culture, abbiamo spesso la sensazione di vivere in un villaggio globale, secondo la fortunata definizione di Marshall Mclhuan riferita alla potenza delle nuove tecnologie di informazione.

Naturalmente la globalizzazione intesa come intensificazione delle relazioni tra comunità umane c’è sempre stata. Marco Polo e Cristoforo Colombo sono stati dei globalizzatori nel loro tempo. L’ultima grande ondata si è verificata nell’800 grazie alla diffusione di linee ferroviarie, treni e navi a vapore, invenzioni come il telegrafo e l’accettazione del gold standard, che ha consentito ai capitali di muoversi internazionalmente senza il rischio di variazioni significative nel valore dei cambi.

Ciò che non ha precedenti e caratterizza la fase attuale è l’intensità del fenomeno assieme alla sua velocità di propagazione, che sembra travolgere tutto e non trovare ostacoli. Alla sua origine c’è una decisione politica, con una data, un luogo ed i nomi dei suoi protagonisti. Al G6 tenutosi al Castello di Rambouillet nei pressi di Parigi nel novembre del 1975, i Capi di Stato e di Governo di Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Giappone hanno cercato una soluzione alla crisi aperta dalla fine della convertibilità del dollaro decisa unilateralmente qualche anno prima dalla Presidenza Nixon, affossando Bretton Woods. In quell’occasione misero al bando ogni suggestione keynesiana e aprirono un varco amplissimo al libero mercato nella convinzione che le sue capacità creative avrebbero più che compensato gli squilibri di breve termine. Su questa strada si sono subito dopo avviate le politiche iperliberiste di Reagan e della Tatcher, cui si è aggiunta la decisione del democratico Clinton alla scadere del suo secondo mandato di abrogare lo Steagall-Glass Act introdotto negli anni ’30 per contrastare la speculazione finanziaria. L’esclusivo club dei grandi è stato progressivamente aperto a nuovi protagonisti come la Russia, il Brasile, l’India, la Cina, l’Australia, il Messico, la Turchia fino a raggiungere i 20 attuali. I mercati ne hanno ricevuto ampi benefici, il valore degli scambi si è incrementato, intere popolazioni sono uscite da indegne condizioni di miseria e sottosviluppo, il pianeta complessivamente è diventato meno iniquo e la tradizionale elencazione dei Paesi del Terzo mondo è stata sostanzialmente ridimensionata.

Questo processo non ha mancato tuttavia di manifestare i suoi limiti. All’interno dei Paesi a maggior crescita come la Cina e l’India le disuguaglianze fra classi sociali si sono accentuate, mentre non sono diminuite in quelli occidentali. Soprattutto la deregolamentazione liberista ha consentito al settore finanziario di avventurarsi in azzardi, di cui abbiamo avuto prova con la crisi del 2008. Gli Stati hanno perso il controllo del gioco cui essi stessi avevano dato via libera e hanno dovuto pagarne le conseguenze con colossali  salvataggi bancari. L’Onu ed il Wto, cui molti hanno guardato, non hanno saputo dare risposte all’altezza delle aspettative e si sono dimostrati ancora troppo lontani dai cittadini.

Per porre rimedio ad una globalizzazione insensata, nessuno pensa che si possa provvedere attraverso una versione planetaria degli Stati attuali. Un Governo mondiale al momento è pura fantasia, se non addirittura un pericolo per la democrazia se concepito come una concentrazione di potere senza contrappesi e senza articolazioni regionali. Ciò in cui si può sperare in un futuro non lontano è una progressiva trasformazione delle maggiori organizzazioni internazionali, secondo principi di trasparenza, partecipazione, rappresentatività, favorendo la crescita di una coscienza cosmopolita tra popolazioni separate da culture diverse ma ravvicinate da legami fino a ieri impensabili.

Se questa può essere la prospettiva, l’Unione Europea è il modello più avanzato. In parte riflette le caratteristiche di una comune organizzazione internazionale, avendo nel Consiglio l’organo nel quale si confrontano gli Stati. Ma attraverso il Parlamento risponde ad esigenze di democraticità, pur con i limiti di un sistema elettorale ancora legato a criteri di rappresentanza nazionale. Nella Commissione ha un braccio esecutivo e di iniziativa con una visione autenticamente sovranazionale, che attende solo di essere liberato della sudditanza dal Consiglio e dei troppi egoismi di parte. Nel suo insieme, l’Unione è una struttura di governance in progress con un lungo cammino alle spalle rivelatore dell’impegno, che bisogna produrre per affrontare i problemi del nostro tempo.