Pochi giorni fa si è conclusa la conferenza sul clima globale di Parigi. Siamo sulla cresta dell’onda del cambiamento, che ci porterà ad un mondo totalmente diverso da come lo conosciamo oggi. Dobbiamo esserne pienamente consapevoli, altrimenti ci faremo travolgere da quest’onda inarrestabile. Non è certo la “fiumana del progresso” di Verga, che inghiotte tutto e tutti indistintamente. Al contrario, questa è un’onda carica di opportunità e di positività per il futuro, ma è accompagnata anche dalla schiuma della responsabilità.

Già, perché a Parigi i paesi si sono impegnati a combattere il riscaldamento globale, cercando di dare un messaggio forte a tutto il mondo. Insomma, ci stiamo prendendo una responsabilità sul clima, per l’ennesima volta. Tuttavia, credo che la COP 21 segni un punto di svolta rispetto ai vecchi, sterili accordi multilaterali e agli inutili trattati internazionali. Non fosse altro per il rinnovato impegno di alcuni leader di caratura mondiale, come Obama e il neo-premier canadese Justin Trudeau, che si sono detti contrari alla “Pipeline XL”, un oleodotto che dovrebbe potenziare quello già esistente fra Canada e USA. Obama ha detto che il suo paese non può approvare la costruzione di questo oleodotto, perché sarebbe un segnale inverso a ciò che sta facendo l’America del Nord per essere un leader nella lotta al cambiamento climatico.

Insomma, le parole ci sono. In particolare, la COP 21 ha posto degli ambiziosi obiettivi ai paesi industrializzati, fra cui:

  1. Mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi, ma compiere i massimi sforzi per non sforare il grado e mezzo;

  2. Smettere di incrementare le emissioni di gas serra, in modo che entro il 2050 si arrivi ad un livello di produzione annua che possa essere assorbita naturalmente;

  3. Controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove conferenze;

  4. Versare 100 miliardi di dollari ogni anni ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Non posso dire che questa Conferenza segnerà il momento in cui la lotta al cambiamento climatico, nonostante ci siano i presupposti. Oltre ai già citati Obama e Trudeau, devo infatti segnalare un acuirsi della sensibilità della popolazione mondiale sui problemi ambientali. Secondo il settimanale americano TIME, il 76% dei brasiliani mette al primo posto come pericolosità la minaccia del riscaldamento globale. Altri paesi in forte crescita ne seguono l’esempio, anche se con percentuali meno esaltanti.

Ma allora, se “i potenti” e “il popolo” sono d’accordo sul da farsi, perché non posso essere sicuro che entro il 2050 raggiungeremo una soglia di emissioni di gas serra che sia naturalmente assorbibile? Semplice: nella COP 21 mancano le sanzioni! Purtroppo, come ogni conferenza internazionale, è mancata una figura che sapesse orchestrare la stesura del documento, anche bastonando i paesi che si tiravano indietro.

Secondo me, la figura mancata è l’Unione Europea, che pure ha preso parte alle trattative, ma come potenza divisa. Mancava il presidente degli Stati Uniti d’Europa, che avesse un effettivo potere contrattuale con la Cina e l’India, e che facesse da ponte fra questi paesi e gli USA, ad esempio. Un presidente che facesse onore ai valori prettamente europei della difesa del clima e dell’attenzione per i nostri “polmoni”. Un presidente che riuscisse ad intavolare una discussione per introdurre una Carbon Tax in quanti più paesi possibili, in modo da creare un deterrente efficace contro le emissioni di gas nocivi. Non ce l’abbiamo, questo presidente. Eppure, chissà: magari la maggiore sensibilità del popolo verso queste tematiche farà capire che uno staterello singolo, sia pure la “grande” Germania, non ha alcun potere nella decisione di politiche di respiro mondiale. Serve qualcosa di più. Servono gli Stati Uniti d’Europa.

P.S.: vi rimando al comunicato ufficiale di MFE sulla COP 21, che ha un più ampio respiro rispetto al mio articolino. Dateci un’occhiata!