Sabato è stato pubblicato un articolo molto interessante sul sito Verfassungblog.de (qui il link – Constitutional courts in decline), come lo sono quasi tutti gli articoli presenti, incentrato sulla questione Catalana ma, ed ecco la nota di valore, con un punto di vista inedito. Considerando che quasi tutti gli articoli pubblicati, italiani ed internazionali, presentano quasi tutti le stesse elaborazioni critiche, è stata una piacevole sorpresa.

L’argomento è molto interessante anche per un altro motivo. Fino ad ora si è parlato, anche in articoli specializzati, delle Corti di legittimitá delle leggi come di istituzioni perfette che vengono attaccate e delegittimate da poteri esterni ad esse – come, ad esempio, il potere legislativo od un movimento indipendentista (anche per altre questioni, non solo spagnole). Questo puó essere vero, ma solo parzialmente. Se da un lato, infatti, la questione del referendum catalano solleva questioni profonde e complicate legate soprattutto alla natura dello Stato e alla possibilitá dell’esistenza di un diritto alla secessione, è anche vero che si manca di elencare un’altra questione. Entrando nel merito, non è che il parlamento catalano si sia svegliato una notte dell’estate scorsa, scocciato per la sua relazione con Madrid e abbia bellamente deciso di adottare una legge che prevedesse un referendum incostituzionale per secedere il primo ottobre di quest’anno, o qualche giorno dopo. Le radici indipendentiste hanno radici profondissime, ma si sono nutrite in maniera particolarmente forte negli ultimi anni. Ed ecco il punto. Quello che é fino ad ora sfuggito alla critica è che non vi siano solo due attori nella questione catalana, ovvero Madrid e Barcellona, ma ve ne sia un terzo: la Corte Costituzionale. Fino ad ora, si é pensato ad uno scontro prettamente politico tra due parti, che avessero portato e portano avanti tuttora due differenti prospettive, pur con la loro problematicitá. Ma la veritá é che il tribunal constitucional  ha le sue colpe, anche se alcune indirette.

Il tribunale costituzionale spagnolo é eletto per il maggior numero dal Parlamento (otto membri su dodici), i rimanenti dal governo (due) e dal consiglio giudiziario (il Consejo General del Poder Judicial). Il parlamento li elegge con maggioranza qualificata dei membri (i tre quinti, per la precisione). Il primo problema, quindi, è relativo al modo in cui i giudici vengono scelti: come è possibile garantire la neutralitá e il rispetto delle minoranze di uno delle istituzioni piú importanti dell’ordine costituzionale spagnolo se i suoi membri sono eletti grazie ad un accordo tra i maggiori partiti spagnoli (che da soli, chiaramente, raggiungono i tre quinti dei voti). Ció senza considerare quando un partito, come il Partido Popular nel 2011, riuscì ad eleggere i giudici quasi in autonomia (nel 2011 bastava l’apporto esterno del 6 per cento dei seggi al Congresso e non serviva alcun appoggio al Senato).

Da questo punto di vista è assolutamente da preferire un modello all’italiana, che prevede un maggior rilievo delle supreme magistrature (un terzo delle nomine) e da una figura che dovrebbe garantire neutralitá (come il Presidente della Repubblica, un terzo delle nomine) ed, infine, dal Parlamento (maggioranza dei due terzi nelle prime due letture e, dalla terza, in ogni caso almeno i tre quinti, a scrutinio segreto). Si percepisce la differenza.

Oltre a ció, ha fatto molto discutere una legge del 2015, che ha dato il potere di applicare e far rispettare le pronunce del tribunale costituzionale allo stesso. Scelta gravissima e pericolosissima dal punto di vista del ruolo e della neutralitá del tribunale.

Il risultato è abbastanza chiaro. Gli indici di gradimento del tribunale sono scesi ai minimi dalla sua creazione, ora ben il 60 per cento degli intervistati ha una posizione negativa contro il tribunale (e ben un quarto di essi non ha nessuna fiducia in questa istituzione).

Se a questo aggiungiamo il fatto che il tribunale costituzionale è stato usato dal PP per smantellare la riforma autonomica nata dall’accordo tra Zapatero (e il PSOE) e Barcellona, possiamo anche comprendere in che posizione la corte si sia trovata. A dire il vero, peró, c’è anche da sottolineare che il tribunale ha evitato di astenersi quando avrebbe dovuto. La riforma del 2015, ad esempio, andava senza dubbio dichiarata incostituzionale e annullata.

E la crisi delle corti costituzionali non è un caso solo spagnolo: la loro autorevolezza e, soprattutto, indipendenza, sono fortemente diminuite in molte nazioni dell’Est Europa.

Le conseguenze di questo processo sono, peró, preoccupanti. Insieme alla decadenza di queste istituzioni, negli stessi paesi vi è una chiara transizione verso forme di sistemi piú autoritari (casi polacco e ungherese su tutti). Ció perché, quando il ruolo delle corti costituzionali viene messo in crisi, ad esempio per motivi politici, a rischiare di crollare è tutto l’ordine democratico. Che sia ora il turno della Spagna?