eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera

Cosa possiamo aspettarci dal nuovo Parlamento europeo

Gli europeisti hanno vinto le elezioni, ma al loro interno sono divisi non meno dei sovranisti che hanno comunque ottenuto un buon risultato. Difficile pertanto che possano emergere maggioranze organiche in un’assemblea, che ha peraltro prevalenti funzioni amministrative. Per non finire nell’irrilevanza, i nuovi parlamentari devono aprire una stagione di riforme, a partire dal rilancio delle federazioni europee dei loro partiti

Le consultazioni elettorali sono spesso un rompicapo. Lo sono sicuramente quelle europee, che si sono concluse domenica scorsa e presentano la forte anomalia inglese. Il Regno Unito, dopo tre anni di convulsioni separatiste, manderà infatti a Strasburgo una pattuglia di 73 parlamentari senza precisare se ci resteranno per l’intera legislatura o solo fino ad ottobre quando scadrà la proroga concessa per le decisioni sulla Brexit. A cascata, l’incognita riguarda anche la partecipazione alla Commissione e al Consiglio. In attesa delle analisi dei politologi, alcune indicazioni sono tuttavia già emerse in modo chiaro e confermano del resto ampiamente le previsioni della vigilia.

Anzitutto la temuta ondata sovranista non c’è stata, nonostante l’aumento dell’affluenza. I leghisti di Salvini, i francesi di Marine Le Pen, gli inglesi di Nigel Farage hanno ottenuto importanti affermazioni nei loro Paesi, ma in Europa rimangono minoranza con 113 deputati  (15%), allargabile non di molto associando alcuni partiti affini. Questa formazione rimane lontana dalla possibilità di rivoltare l’Unione come un calzino e di mettere in pratica i focosi intendimenti dei suoi leader. Si opporrà ad ogni avanzamento di tipo federale e cercherà al contrario di recuperare poteri nelle rispettive capitali, riducendo Bruxelles ad un luogo d’incontro fra capi di Stato e di Governo, secondo la migliore tradizione confederale. Tuttavia non è compatta e presenta crepe nelle stesse originarie convinzioni. Molti non vogliono più uscire dall’Unione e non combattono più l’euro. Sui migranti tutti ostentano il loro no, ma quando arrivano ognuno pensa se li debba prendere l’altro. Gli austriaci sono arrivati allo scontro aperto con lo scandalo Strache, sul fronte orientale l’ungherese Orbàn guarda a Putin, mentre il polacco Kaczynski rimane fedele a Trump. Accanto ai ripensamenti ci sono pertanto anche le divisioni.

D’altra parte, difficile dire che abbiano vinto gli europeisti. Aritmeticamente si sono imposti, ma al loro interno sono frammentati non meno dei sovranisti. Nella scorsa legislatura si sono divisi su quasi tutto: le politiche economiche, l’unione bancaria, la difesa, i migranti, la politica estera, senza trovare un punto d’equilibrio tra le politiche innovative della Francia di Emmanuel Macron e quelle conservative della Germania di Angela Merkel. I dissensi continueranno in questa, con l’aggravante che la coppia Ppe/S&D (popolari e socialdemocratici) sarà priva della tradizionale maggioranza e per mantenere lo stesso peso dovrà aggregare forze minori ugualmente europeiste come i liberali di Alde, nei quali si riconosce adesso il movimento En Marche. Una coalizione di questo tipo avrebbe 435 deputati (58%) e si spartirebbe, per cominciare, tutte le cariche.

Ci sono pertanto tutte le premesse perché questa IX legislatura scorra via senza far segnare apprezzabili progressi e possa anzi qualificarsi rispetto alla precedente per una maggiore volatilità politica. Alla sua conclusione ritroveremo tutti i problemi di oggi, salvo che la crisi internazionale non precipiti a tal punto da imporre una coesione al momento impensabile. Il cigno nero compare all’improvviso, secondo l’immagine resa celebre da Nassim Nicholas Taleb, teorico della scienza dell’incertezza, per il quale sono sempre in agguato eventi che non t’aspetti e sono immancabilmente i più importanti.

Sarebbe tuttavia sbagliato considerare il Parlamento come il centro della vita politica europea. Non è infatti equiparabile ai Parlamenti nazionali, ha prevalenti competenze amministrative e non ha nemmeno la capacità di iniziativa di legge che è riservata alla Commissione. Sconta la debolezza delle origini, essendo nato come pura assemblea di rappresentanti dei Parlamenti degli Stati membri, che si riuniva un paio di volte l’anno per compiti puramente consultivi e nell’impreparazione assoluta di chi vi interveniva.E’ diventato elettivo nel ’79 dopo una dura battaglia politica, cui ha avuto una parte anche il nostro Movimento, ed ha assunto funzioni di qualche rilievo solo col Trattato di Lisbona del 2009. Ha ad esempio maggior voce nella formazione e nella gestione del bilancio dell’Unione ed ha il potere di incidere sulla scelta del Presidente della Commissione e di ciascuno dei suoi membri, che farà pesare nelle prossime settimane.

I parlamentari europei sono però ancora selezionati su base nazionale e mancano di una visione continentale degli interessi. Per superare questo limite, dovrebbero condurre una ulteriore battaglia non solo nella capitale dell’Unione ma anche nelle diverse capitali europee che ancora detengono i poteri per l’economia, la difesa, la sicurezza, la politica estera, pur non essendo singolarmente in grado di esercitarli. E’ il paradosso di cui si sono resi conto coloro che hanno appena lasciato gli scranni di Strasburgo e non sono stati capaci di porre la questione presso i rispettivi partiti nazionali, quasi tutti in grave crisi di partecipazione e rappresentanza.  

Sapranno porla i nuovi arrivati? Per prendere l’iniziativa, hanno a disposizione alcuni appigli formali di non poco conto. I partiti nazionali ideologicamente affini si sono riconosciuti in federazioni europee ancora negli anni ’70, quando nell’imminenza delle prime elezioni le hanno costituite socialisti, liberali, democratici, seguiti di poco da popolari e verdi, poi da altri ancora fino ad arrivare alla decina attuale. Le federazioni hanno ricevuto  formale riconoscimento col Trattato di Maastricht (’92) e sostegno finanziario con quello di Amsterdam (‘97). Ma sono tuttora formazioni sulla carta, prive di organizzazione, incapaci di esprimere piattaforme politiche originali e sconosciute agli elettori. Ad ogni tornata elettorale, il nostro Movimento propone di rilanciarle ed in questa l’ha fatto anche Macron. Ma nonostante il fervore del Presidente francese, la proposta è stata definita bizzarra e sabotata perfino da partiti che amano definirsi europeisti ed è subito scomparsa dal dibattito. Non si può fare l’Europa senza partiti europei e non esistono scorciatoie. Non è sufficiente organizzarsi in Gruppi, essendo questi mutevoli e legati ai tatticismi interni al Parlamento. Lo Spitzencandidat anche se riesce a salire alla presidenza della Commissione è destinato a subire il prepotere del Consiglio e degli Stati, come si è visto con l’esperienza di Juncker. In questo momento non possiamo che affidarci alla sensibilità dei nuovi eletti e sperare che l’argomento non cada nel dimenticatoio per altri cinque anni.  

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Theme by Anders Norén