Nel breve arco di un pomeriggio, i presenti hanno potuto farsi un’idea degli aspetti politici, economici e giuridici

 

Sala affollata di studenti mercoledì 16 novembre nella sede dell’Università di Vicenza all’annunciato Convegno sulla Brexit, organizzato dal nostro Movimento in collaborazione col Polo scientifico “Studi sull’impresa”, Alda (Associazione europea per la democrazia locale) e la Fondazione studi universitari.

Come da programma, i lavori sono stati aperti da una relazione del nostro Presidente nazionale Prof. Giorgio Anselmi, che ha sottolineato come sia finito il lungo periodo di stabilità goduto dall’Europa dalla fine della seconda guerra. In questo fortunato periodo, gli Stati europei si sono rapportati con una formula inedita, combinando elementi di federalismo con visioni nazionali e più recentemente con derive populiste e razziste. L’Unione assomiglia ad un inesistente  ircocervo, che rivela ogni giorno la sua fragilità e non ha alcuna possibilità di sopravvivere se non cambia natura. Ha fatto molta strada dai Trattati fondativi di Roma, di cui celebreremo l’anno prossimo il 60° anniversario, ha avuto progressivi allargamenti, è arrivata all’unione monetaria, ma rimane debolissima e divisa di fronte a crisi multiple, come l’immigrazione, i focolai di guerra, il terrorismo. La classe dirigente europea non è stata finora capace di elaborare una linea politica degna di questo nome ed è vissuta alla giornata in un clima di reciproca diffidenza e lontana dai cittadini. In questa condizione, era evidente che qualcosa doveva succedere ed è successo con la Brexit. I cittadini chiamati ad esprimersi su una Unione che da tempo li ignorava, hanno testimoniato tutta la loro sfiducia, come del resto avevano già fatto qualche anno prima in occasione dei referendum in Francia, Olanda ed Irlanda. Adesso si va diffondendo la convinzione che tutto ciò che va male sia imputabile all’Unione e, peggio ancora, che possa essere risolto tornando agli Stati nazionali. E’ una convinzione sbagliata, ma esiste e può portare a risultati catastrofici. Mario Draghi ha avvertito che perfino l’euro è a rischio e che non potrà continuare a difenderlo in assenza di una direzione politica, aggiungendo che è irreversibile, ma non indistruttibile. Siamo in una pericolosissima situazione, accentuata dagli interrogativi suscitati dalle recenti presidenziali americane. Bisogna cambiare strada, recuperare il patrimonio culturale e valoriale del federalismo come percorso verso l’integrazione politica.

La seconda relazione è stata di tipo economico. Il Prof. Riccardo Fiorentini, direttore del Polo scientifico “Studi sull’impresa” dell’Università di Verona, ha cercato di rispondere alla domanda che ora tutti si fanno sulle possibili conseguenze di un distacco del Regno Unito (RU) dall’Unione Europea (UE). Al momento questo appare un salto nel buio, ma alcune valutazioni si possono fare, partendo da alcuni dati di fatto come la rilevanza dell’interscambio commerciale. Il RU ha un Pil di tutto rispetto, secondo solo a quello della Germania e fa venire dall’area UE il 50% delle proprie importazioni, mentre vi colloca il 45% del proprio export. Nelle partite correnti, il RU fa segnare un passivo commerciale ed un attivo nel conto finanziario derivante dai servizi offerti dalla City, dove peraltro hanno accesso molti istituti europei. L’integrazione economica è pertanto molto stretta ed il RU trae vantaggi dagli accordi commerciali che l’Unione ha in essere con una settantina di Paesi. Se ne può dedurre quindi che le sue pulsioni isolazioniste non abbiano alcuna motivazione economica e traggano origine da altri fattori, soprattutto dall’immigrazione verso la quale la quale gli inglesi dimostrano una crescente insofferenza.

Adesso che una consultazione popolare si è espressa per il leave, pur di stretta misura, si prospettano diversi scenari riassumibili in uno soft ed uno hard. Il primo si rifà all’esperienza norvegese e in sintesi prevede che il RU possa continuare ad accedere al mercato unico, restando fuori dall’unione doganale e ovviamente da Parlamento, Consiglio e Commissione; il secondo prevede che non si arrivi ad alcun accordo, che al RU si applichino dazi esterni alla stregua di qualsiasi altro Paese terzo e che l’unico organo di coordinamento rimanga il Wto. Fra i due estremi, possono esserci diverse soluzioni compromissorie, se verrà rispettato il principio di libera circolazione di persone, capitali, beni e servizi che sono alla base della costruzione europea.

L’ultima relazione è stata della Prof.ssa Caterina Fratea dell’Università di Verona, che ha trattato gli aspetti giuridici. L’UE è nata da Trattati e per tal motivo sul piano del diritto viene considerata una Organizzazione internazionale come tante altre, nonostante abbia alcuni caratteri distintivi di stampo federalista non sufficienti tuttavia a qualificarla come una entità statale. Per questo motivo, una opzione per recedere dall’UE era a disposizione del RU indipendentemente dall’art. 50 introdotto dal Trattato di Lisbona nel 2009. E’ un articolo estremamente laconico, che tuttavia si presta ad ampie interpretazioni anzitutto dal punto di vista procedurale. Sappiamo che per le trattative prevede un arco di tempo di due anni, ma non è un termine invalicabile e decorre dal momento della comunicazione da parte del recedente. Questa non è ancora stata data e nel RU si è aperto un conflitto istituzionale circa la competenza a farlo. Il Governo la riteneva propria, ma l’Alta Corte ha recentemente stabilito che debba esserci un previo esame del Parlamento, poiché nel caso specifico vengono in considerazione anche i diritti dei cittadini. Gran parte della stampa inglese ritiene che la sentenza sia ragionevole e accusa il Governo di aver presentato ricorso senza avere nemmeno un piano per gestire l’uscita. Servirà sicuramente una legge e pertanto l’intera questione verrà discussa al Parlamento di Westminster, in cui faranno sentire la loro voce i molti membri europeisti oltre a regioni come la Scozia e l’Irlanda del Nord, dove è prevalso nettamente il remain. Se si entra poi nel merito degli aspetti giudici, la scelta del leave apre un enorme spazio di lavoro per ridefinire tutti i trattati commerciali cui il RU partecipa come membro UE. Inoltre, se continuerà ad opporsi al principio di libera circolazione come sta facendo, il RU dovrà affrontare le conseguenze di un distacco hard e ridefinire in termini bilaterali i propri rapporti con ciascun Paese UE. Un’impresa, che richiederà decenni di trattative e metterà a dura prova i negoziatori in un clima di elevata incertezza per operatori economici e cittadini.

Al di là degli aspetti settoriali, tutte le relazioni hanno avvertito il nuovo clima indotto dalle recenti elezioni Usa. In che modo potranno cambiare le relazioni internazionali è presto per dire, dipendendo da quanta acqua il nuovo Presidente vorrà versare nel suo vino, come hanno osservato diversi commentatori aspettandosi che voglia mitigare l’asprezza di molte sue affermazioni. E’ certo tuttavia che niente sarà come prima e che le ricadute sull’Europa si capiranno a partire dai nuovi legami fra Washington e Londra e dall’orientamento che la politica inglese prenderà sulla Brexit.