Come tutti sappiamo, il 4 dicembre la stragrande maggior parte degli elettori italiani si è affermata contraria alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, travolgendo così Palazzo Chigi. È stato un referendum dai grandi numeri : si è recato alle urne il 68,48% degli italiani, ed il no ha avuto il 59.95% dei voti. Una sconfitta per i promotori del sì troppo considerevole per essere trascurata : il giorno successivo il referendum, Matteo Renzi in diretta da Palazzo Chigi annuncia la fine dell’esperienza del suo governo. Terminata la conferenza stampa, si scatenano le reazioni più disparate. Grillo e il suo movimento chiedono di andare subito al voto, dichiarandosi pronti a governare il Paese, così come Lega e Fratelli d’Italia. Meno impulsiva appare la posizione presa da Forza Italia, che reclama una nuova legge elettorale.

Dovrà però passare qualche giorno prima che le dimissioni da Capo del governo diventino effettive : in seguito ad un colloquio al Quirinale infatti, il Capo dello Stato ha chiesto a Renzi di presiedere il Consiglio dei Ministri fino all’approvazione della Legge di Bilancio, approvazione che poi avverrà l’11 dicembre.

Intanto, come per ogni nuovo esecutivo, impazzano i toto-premier. Tante sono le ipotesi aperte: tra i nomi più papabili spicca quello di Pietro Grasso, presidente del Senato. Sì, quel Senato che Renzi aspirava ad eliminare. Si parla poi di Dario Franceschini, del ministro dell’Economia Padoan; un nome sulla bocca di tutti e forse anche da tutti temuto è quello di Romano Prodi, che si dichiara pronto a coprire l’incarico di premier per la seconda volta. Negli ultimi giorni però avanza un’ipotesi che si rivelerà poi quella definitiva : Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri uscente, l’11 dicembre accetta l’incarico di formare il nuovo governo conferitogli dal Capo dello Stato.

“Svolgerò questo ruolo con dignità e responsabilità”, promette il nuovo premier, e riguardo la maggioranza del suo governo afferma che, data “l’indisponibilità delle maggiori forze di opposizione di condividere un governo di responsabilità, ci si muoverà nel quadro del governo e della maggioranza uscente”. Queste ultime parole paiono essere state applicate alla lettera dallo stesso Gentiloni: dall’accettazione dell’incarico alla presentazione del nuovo governo passano 24 ore durante le quali tutti si interrogano su chi potrebbe scendere da Palazzo Chigi e chi salirvi, per poi scoprire che (quasi) nulla è cambiato. Tredici ministri restano sulle loro poltrone, tre cambiano incarico e i volti nuovi sono solo due : Angela Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento e Valeria Fedeli all’Istruzione.

Gli stessi ideatori della riforma, Renzi e Boschi, che avevano comunicato nei mesi precedenti la loro intenzione di abbandonare la politica in caso di sconfitta, infrangono la loro promessa restando l’uno segretario del PD e diventando l’altra sottosegretario alla presidenza del Consiglio.                                            In conclusione, quella rivoluzione che era stata prospettata in caso di esito negativo del referendum costituzionale è rimasta una pura previsione. Non solo gli italiani hanno visto sfumare un’altra volta la possibilità delle elezioni, ma vengono governati da un esecutivo che, anche se non porta il nome di Renzi, appare fedelissimo a quest’ultimo.