Il nuovo clima di distensione se non di amicizia fra le due capitali metterà in discussione le basi militari Usa in Europa ed in Italia. Comprese quelle di Vicenza

 

Adesso che Donald Trump ha assunto formalmente la carica di Presidente Usa, sarà interessante vedere se terrà fede alle molte clamorose affermazioni della campagna elettorale. Alcuni analisti ritengono che si rimangerà tutto, o quasi. Nell’editoriale 11/2016, Limes – diretto da Lucio Caracciolo – sostiene che il mondo cambierà Trump più di quanto Trump cambierà il mondo. Potrà scrivere il suo programma come meglio crede, ma a riscriverlo provvederanno poi i contropoteri, le burocrazie e soprattutto l’ambiente geo politico, nel quale si troverà immerso.

Tuttavia un esito in tal senso non è affatto scontato. Potremmo anche scoprire una seconda personalità del nuovo inquilino della Casa Bianca, ma sarà difficile che scompaia del tutto la prima, se non al prezzo di perdere la faccia con chi gli ha dato voti in quantità e conferito il mandato di rompere le uova anche nel paniere internazionale. Il caso Taiwan scatenato lo scorso dicembre è sintomatico di una congenita insofferenza per gli schemi del politicamente corretto. Telefonando alla premier Tsai, ha rinfocolato una antica polemica che vorrebbe la piccola isola competere col gigante cinese nella leadership dell’area, provocando la piccata reazione di Pechino che l’ha prontamente definito – per l’interposto Global Times – un bambino ignorante e immaturo e, nel caso migliore, uno che sa pensare solo in termini di business.

Il quadrante europeo ha finora ricevuto minor attenzione e offre indizi contraddittori. Il Ttip è stato sconfessato nel clima di una generale avversione per gli accordi commerciali su larga scala ed il suo rifiuto, facendo coppia con il Tpp, non può essere considerato un argomento specifico per noi. Più pertinenti sono state le espressioni di sostegno alla Signora May e alla sua linea dura sulla Brexit, che peraltro attendono di essere meglio soppesate quando verrà presa nella dovuta considerazione la riforma della Nato, assieme agli Stati che vi si riconoscono. Finora le parole più chiare sono state spese a favore di Putin, soprattutto se si tien conto che sono state accompagnate dalla  nomina a Segretario di Stato del petroliere Rex Tillerson, da tempo in buoni rapporti col leader russo e da quest’ultimo perfino insignito di pubbliche onorificenze. E’ stata questa la mossa più significativa, che potrebbe portare a sensibili conseguenze per l’Unione ed il suo sistema di alleanze a partire dalla questione dell’Ucraina.

La Russia considera questo territorio la culla della propria civiltà e ha reagito con decisione al tentativo americano di spostare sempre più est i confini europei, con la servile collaborazione di Barroso mentre era alla presidenza della Commissione. Putin non ha perso tempo per annettersi la Crimea e riportarla nel suo storico alveo con un blitz incruento ed una consultazione popolare che, per quanto teleguidata, non ha registrato opposizioni. Ha quindi esteso la sua protezione militare alle province orientali di Donetsk e Lugansk ma non oltre, dimostrando una cauta disponibilità ad una soluzione di compromesso per garantire l’autonomia delle province più occidentali e della stessa Kiev, che il nostro Movimento a suo tempo ha prospettato in termini federativi.

Per gli Usa, l’Ucraina non è altrettanto importante. Non riveste alcun interesse strategico e serve solo a tenere accesi i sentimenti di russofobia storicamente condivisi dalla popolazione e coltivati dal Pentagono. Può essere pertanto sacrificata sull’altare di strategie di lungo periodo, soprattutto se queste porteranno ad una alleanza contro la Cina che sta pericolosamente crescendo in termini economici oggi e militari domani. Su medesimo altare sarà con ogni probabilità sacrificata anche la Siria, dove la Russia sembra vincente su tutti i fronti in alleanza  con la Turchia ed il regime di Assad, mentre gli Usa non sembrano in grado di recuperare le posizioni perse con la titubante  politica estera di Obama.

Tutto porta a credere pertanto che i rapporti con l’orso russo saranno improntati ad una linea di pacificazione, o comunque ad un notevole allentamento della tensione. Se questo è verosimile, l’Europa verrà spartita per zone d’influenza e non avrà più molto senso il formidabile schieramento delle basi militari Usa nei Paesi dell’Unione. Queste hanno trovato una loro giustificazione per tutto il periodo della guerra fredda, come si può capire dalla loro dislocazione lungo il fronte orientale europeo, interessando soprattutto Germania e Italia. Dopo l’implosione dell’impero sovietico sul finire del secolo scorso, avevamo già assistito ad una prima significativa mutazione, con lo spostamento del baricentro geopolitico verso sud – est per via della guerra del Kosovo. Se le nuove intese getteranno acqua sui fuochi accesi in quella direzione, il baricentro si sposterà ancora più a sud oltre il Mediterraneo per l’attrazione dei conflitti in Medio Oriente, dove la capacità d’intervento Usa è largamente dipendente dalle basi in Turchia ed in Arabia Saudita. Ma a quel punto bisognerà farsi qualche domanda sulla funzione delle basi distanti migliaia di km da quel quadrante. Da noi potrebbe forse essere salvata Sigonella in Sicilia, ma è difficile che non finiscano sotto esame basi fuori contesto come quelle del Friuli e del Veneto ed è del tutto plausibile che molti vicentini tornino a chiedersi a cosa serva la  doppia presenza americana alla Ederle e al Dal Molin, che i protocolli vorrebbero chiamassimo adesso Dal Din.

Nella nostra piccola Vicenza abbiamo pertanto un osservatorio privilegiato sul nuovo corso americano e sulla effettiva volontà del tycoon neworkese di andare contro corrente, abbandonando i vecchi alleati al loro destino. I militari americani vivono asserragliati nelle loro caserme e nei loro villaggi e hanno poche relazioni con la nostra città. Ma non sono fantasmi. Finchè ci capiterà di vedere robusti ragazzotti yankee fare jogging per le strade, scorrazzare con le loro maxi moto, entrare nei negozi, portare mogli e figli in centro a dare un’occhiata alle architetture del Palladio, vorrà dire che niente è cambiato e che il pericolo può sempre venire da est. Basta aspettare e scrutare l’orizzonte, come il tenente Drogo nel tragico romanzo di Buzzati. In caso contrario, ci riprenderemmo volentieri quel che rimane del vecchio aeroporto, che parte della classe politica vicentina, prevalendo di poco, ha graziosamente ceduto alle armate Usa.