Finché Facebook è impegnato a fronteggiare i danni causati dallo scandalo di Cambridge Analytica e Trump impone i suoi dazi alla Cina e ammonisce le economie del vecchio continente che neppure loro ne sono immuni, l’UE flette i suoi muscoli. In questi giorni infatti a Bruxelles tra le mura della Commissione Europea, il commissario delle finanze dell’Unione Pierre Moscovici presenta il suo progetto di digital tax. Nello specifico il nuovo progetto di riforma in ambito fiscale prevede un’aliquota del 3%, non sui profitti ma sui ricavi lordi. Tale prelievo fiscale andrebbe quindi ad incidere su aziende dal fatturato superiore ai 750 milioni di €, di cui 50 fatturati all’interno dell’Unione Europea. La norma pertanto, sembrerebbe applicarsi perfettamente ai big della digital economy come Google, Apple e Facebook, con un’esenzione per Amazon, volta a tutelare l’e-commerce. Tuttavia la digital tax andrebbe a colpire all’incirca altre ulteriori 150 aziende del settore, metà delle quali con sede negli USA e un terzo nell’Ue. La proposta della commissione tra le altre cose non prevede la presenza fisica dell’azienda per poterla tassare. Detto ciò l’introduzione della nuova tassa dovrebbe generare un gettito pari a 5 miliardi di €, cifra modesta se paragonata ai ricavi delle grandi aziende della Silicon Valley. La proposta della Commissione sembra quindi articolarsi come una prima contromossa alle varie provocazioni di Donald Trump sui possibili dazi alle sue merci. L’unione Europea dunque cerca di dare a Washington un segnale chiaro: ad una politica commerciale ostile, risponderemo.

Sostenitori della proposta in seno all’Ue sono le quattro principali economie del continente, ovvero Germania, Francia, Italia e Spagna, seppur presentando queste una diversa sensibilità verso la proposta della nuova tassa. In primis a guidare il sostegno della proposta si colloca la Francia di Emmanuel Macron che in linea con i suoi predecessori ritiene strategica la proposta della commissione, per quanto riguarda invece l’Italia seppur favorevole il delicato periodo di transizione post-elettorale impossibilità Roma a giocare un ruolo in questa partita. Più distaccato è invece il consenso di Spagna e Germania, la prima mai sembrata troppo interessata ad una regolamentazione in tal senso. Per quanto riguarda Berlino invece il tiepido sostegno alla digital tax è dovuto al timore che essa possa causare una contro risposta tutta ai danni dell’export tedesco. Pertanto l’unico alfiere di peso di questa battaglia altri non è che il presidente francese, il quale ha già visto montare contro di lui un’opposizione guidata da Olanda, Irlanda e Lussemburgo, paesi da sempre fautori di una politica morbida per quanto riguarda la tassazione dei grandi gruppi.

Sembra quindi che la proposta di Moscovici difficilmente vedrà la luce senza subire snaturamenti, posto che per la sua approvazione è necessario il voto unanime all’interno del Consiglio Europeo. Istituzione all’interno della quale alcuni paesi mostrano delle resistenze per il timore di inasprire i rapporti con l’alleato americano. Il tentativo della commisione Juncker di non restare inerte di fronte alla politica di Washington deve scontrarsi con l’articolato processo decisionale e con l’appoggio del solo inquilino dell’Eliseo, vedremo se basterà a far approvare questa riforma fiscale del mercato digitale. Un ambito quest’ultimo che già strategico, si rivelerà cruciale nel prossimo futuro.