In questi giorni mi sono interrogata a lungo chiedendomi di cosa avrei scritto questa volta, che argomento di attualità avrei potuto analizzare e trattare. E mi sono ritrovata a pensare che sono ormai due anni che scrivo per questo blog. Tante cose sono successe nel frattempo, mi sembra passato al contempo un istante, rapido e fugace, e una vita intera. E così come io non sono più la stessa, anche il mondo non è più lo stesso. Le sue regole sono mutate e anche i suoi protagonisti.

Fino a ieri la nostra politica era dominata da uno scontro quasi epocale tra destra e sinistra, oggi invece le vecchie categorie non si attagliano più ai nuovi movimenti e partiti che hanno raggiunto il successo a livello elettorale.

Sarà perché sentiamo di aver bisogno di qualcosa di nuovo, di sentirci ascoltati e di vedere il nostro Paese risolvere i suoi molti problemi.

Ed è così che si prospettano davanti a noi due possibili strade: dare nuovo slancio al progetto europeo oppure abbandonare questo sogno.

Questo è il momento giusto per l’Italia per capire che direzione prendere, come cambiare la sua storia, il suo corso delle stelle.

È un momento di crisi profonda, di sfiducia. Ci guardiamo attorno e non vediamo vie d’uscita, ci sentiamo persi, non sappiamo più cosa fare.

Ed è in periodi storici come questo che dobbiamo fare attenzione a ciò cui rinunciamo.

In questi giorni stiamo osservando le elezioni in Messico, in cui l’opposizione tra i membri degli opposti schieramenti ha causato negli ultimi nove mesi molte sparizioni di avversari politici. Il vincitore è risultato essere il candidato di sinistra, riuscendo a sconfiggere il partito Rivoluzionario istituzionale. Ma la vera sconfitta in queste elezioni è stata la democrazia, con tutta la violenza e il clima di sospetto che ha caratterizzato questa campagna elettorale.

Perché quando la sopraffazione e la paura superano il confronto e il dialogo è l’umanità a farsi carico di questo fallimento.

E la democrazia per cui abbiamo lottato nel corso dei secoli inizia lentamente a sfumare. Ci ritroviamo, dunque, agli albori della storia del nostro Paese, quando si facevano rivoluzioni per ribadire che il potere spetta al popolo e che niente e nessuno può privare un uomo dei diritti che gli spettano per natura.

Fin da quando degli uomini, sudditi del regno britannico, si ribellarono ad un potere tiranno che li opprimeva nel 1700, definendo le loro azioni come un vero e proprio dovere di rovesciare chi negava loro la libertà, ancora oggi queste parole sono considerate alla base della nostra democrazia e del mondo in cui viviamo. Un luogo in cui possiamo liberamente esprimere le nostre opinioni, senza paura di essere per questo sottoposti a censura o ad alcun tipo di restrizioni. È un mondo fatto di condivisione e di valori, tra cui la solidarietà e la fratellanza, come i nostri cugini d’Oltralpe ci hanno insegnato durante la rivoluzione francese.

È un mondo, però, che sta inevitabilmente cambiando. Non sta abbandonando gli ideali cui si è sempre ispirato, ma è come se li stesse in parte accantonando.

Sempre più spesso, infatti, l’unica forma di opposizione cui ci troviamo ad assistere consiste nel criticare e contestare senza sosta le decisioni altrui, senza nemmeno sforzarsi di trovare soluzioni condivise o di elaborare piani alternativi. Motivo per cui mi sembrano assolutamente indovinate le parole usate dal giornalista Enrico Mentana su Facebook negli ultimi giorni riguardo alla questione dell’immigrazione: “Per dire che vanno accolti tutti bisogna essere senza cervello. Per dire che vanno lasciati affogare bisogna essere senza cuore”. Con queste poche frasi, semplici ed efficaci nella loro formulazione, il direttore ha voluto sottolineare come nessuno degli schieramenti politici che continuano a sfidarsi in dibattiti televisivi e sui quotidiani nazionali, oltre che in Parlamento, ha una ricetta pronta ed affidabile per salvare questo Paese dal collasso con riferimento al fenomeno migratorio.

È, dunque, inutile continuare a sfidarsi senza sosta e senza meta, senza scopo. E soprattutto è dannoso per la democrazia stessa. Perché non basta affermare di essere migliori di chi ci ha preceduto, bisogna dimostrarlo.

Bisogna lavorare ogni giorno perché gli ideali sui quali il nostro Stato si fonda non scompaiano e non restino un fugace ricordo, una dimensione a cui oggi non riusciamo più ad accedere.

Perché “un uomo può morire, le nazioni possono sorgere e cadere. Ma un’idea sopravvive”, come diceva J. F. Kennedy. E se lo diceva lui, un pioniere dei diritti civili che è morto avendo dato il via ad un cambiamento radicale negli USA, allora corrisponde a verità.