Una recente pubblicazione ipotizza una Europa articolata su due aree politiche, con il sostegno di una terza più ampia. E’ un’idea tanto suggestiva quanto impraticabile

 

Per chi ama esercitarsi sugli aspetti politico-istituzionali del progetto europeo, è da poco in libreria “Né Centauro, né Chimera” (Marsilio Editore), scritto da due europeisti di lungo corso come Antonio Armellini e Gerardo Mombelli. Il primo è un diplomatico con una prestigiosa carriera alle spalle che lo ha portato a coprire incarichi di rilievo in varie capitali ed è stato fra l’altro collaboratore di Aldo Moro a Roma e di Altiero Spinelli a Bruxelles; il secondo vanta anch’egli un lungo servizio a livello europeo prima come portavoce dello stesso Spinelli, poi come Capo Gabinetto di Ripa di Meana e rappresentante in Italia della Commissione Delors.

Il titolo di questo pamphlet di una novantina di pagine riprende due figure mitologiche  per dire che l’Europa non deve essere né una combinazione di parti diverse e contrastanti, né una fantasticheria senza fondamento. Nella prima parte, gli autori ripercorrono il tratto di storia che hanno potuto vedere da posizioni di prima linea riassumendolo in tre fasi corrispondenti alle principali modifiche istituzionali. La prima va dalla Ceca all’Atto Unico (1951 – 1985), quando si afferma  con successo l’approccio funzionalista di Jean Monnet e l’asse franco tedesco domina la scena; la seconda comprende un ventennio di grandi progetti ( 1985 – 2004), dal Trattato di Maastricht, all’introduzione della moneta unica, alla elaborazione della Carta costituzionale, fino all’allargamento a est; la terza dal 2005 ad oggi ha il suo punto più alto nel Trattato di Lisbona, dove la Carta va a confluire privata della sua carica simbolica e della sua stessa denominazione a segnare l’inizio di un periodo di crisi che dura tuttora.

 La parte più interessante è tuttavia la seconda, che spiega il sottotitolo “Modesta proposta per un’Europa plurale” Vengono qui prese in considerazione le due famiglie politiche responsabili dei conflitti in atto, una erede della originaria ispirazione federale, l’altra fortemente gelosa delle sovranità nazionali e quindi disponibile ad una costruzione solo confederale. Esiste pertanto un’Europa di Altiero Spinelli accanto ad un’altra intitolabile a Margaret Thatcher, per il ruolo interessato eppur ostile che la leader inglese ha avuto nei suoi anni di governo.

Come tenere insieme queste due diverse nature senza cadere nella mitologia del Centauro? La risposta rivela l’esperienza morotea di Armellini. Come Aldo Moro riteneva che in Italia la cultura cattolica e quella comunista avrebbero potuto seguire vie indipendenti verso il comune obiettivo dello sviluppo democratico e della legalità repubblicana (le non dimenticate convergenze parallele), così in Europa le due famiglie ideologiche prevalenti possono ora seguire i loro mantra nel sostenere l’integrazione politica e la formazione di una grande  democrazia europea. L’una e l’altra potrebbero muoversi in libertà e nel lungo termine contaminarsi reciprocamente, mentre una terza Europa più larga, quella di Coudenhove -Kalergi identificabile oggi nei 49 Paesi del Consiglio d’Europa, potrebbe essere d’aiuto come garante. Dobbiamo pertanto affidarci a tre attori e ricordare il precedente storico del Sacro Romano Impero, nel quale i sovrani conservavano una sostanziale autonomia e nello stesso tempo riconoscevano la supremazia politica e morale dell’imperatore.

Nella sua prefazione, Giuliano Amato considera discutibile questa impostazione, senza entrare nel merito e senza considerare che richiederebbe una lunga procedura di revisione dei trattati. Ma indipendentemente dal rischio di una ennesima e letale bocciatura ai referendum popolari, ci si deve chiedere come una simile ipotesi potrebbe trovare traduzione istituzionale. I due autori forniscono indicazioni sommarie con un Parlamento bicamerale a composizione variabile a seconda dell’impatto territoriale degli argomenti ed una Commissione “flessibile e multilivello con responsabilità e attribuzione diversificate in relazione alle sue componenti, definite in autonomia e con una funzione di raccordo”, ricorrendo ad un linguaggio barocco rivelatore dei limiti di governabilità dei tre cerchi ed evocando forse inconsciamente il mito della Chimera.

Lo si può capire meglio, guardando alle tematiche correnti. Potrebbe una prima Europa nella sua libertà d’azione fare accordi con la Turchia sunnita in fatto d’immigrazione ed una seconda prendendosi pari libertà sostenere lo sciita Assad nella guerra all’Isis? Analogamente, potrebbe l’una fare un accordo la Russia per porre fine al conflitto sull’Ucraina e l’altra schierare i cannoni lungo il confine orientale, chiedendo l’intervento Nato e Usa? Come potrebbe poi la terza Europa funzionare da camera di compensazione di linee di condotta così divergenti?

La lettura fa capire a quali limiti possa spingersi l’inventiva di osservatori esperti e appassionati, se la politica tace. Ma è quest’ultima  che deve cercare le risposte, mentre le elaborazioni teoriche possono solo stimolarne l’impegno anche quando, come in questo caso, indicano sentieri piuttosto lontani da quelli che può realisticamente percorrere.