Ci siamo tutti commossi vedendo la foto di Aylan, il povero bambino siriano trovato esanime a faccia in giù su una spiaggia davanti a Bodrum in Turchia. E’ un’immagine, che è diventata subito virale ed è arrivata sul tavolo di chi ricopre responsabilità politiche nel dramma dell’immigrazione, che da anni sconvolge le coste mediterranee; anche su quello della Signora Merkel, che fino a quel momento, se non aveva girato la testa dall’altra parte, aveva comunque detto che c’era il regolamento di Dublino e che se la sbrigassero Italia e Grecia come Paesi di primo approdo. Dopo quella foto ne sono arrivate altre di colonne di disperati, che risalivano i Balcani verso il nord Europa e la Germania in particolare.

È seguito l’improvviso cambio di atteggiamento di Berlino con la decisione di accogliere quei disperati, non solo quelli in marcia ma 500 mila all’anno per un imprecisato numero di anni, ha aggiunto il Ministro dell’Economia Gabriel. L’immigrazione aveva preso forme diverse e, ai barconi affondati o semiaffondati in prossimità delle rive italiane, si alternavano binari e treni verso il cuore del Continente. Difficile dire se la ragione stia tutta qui, ma certo le immagini di decine di migliaia di esseri umani in fuga da guerre e miseria hanno avuto il loro peso quando sono arrivate dalle stazioni ferroviarie dei Paesi più civili ed avanzati, con il contorno di forze di polizia e spesso di comuni cittadini che offrivano viveri e beni di prima necessità.

A Monaco ne sono arrivati 70 mila in pochi giorni, mettendo in difficoltà le forze dell’ordine e causando la preoccupata reazione delle istituzioni locali, oltre che la protesta dei partiti razzisti e xenofobi. Il fenomeno stava fuggendo di mano e l’iniziale apertura solidaristica è stata ridimensionata, ripristinando i controlli alle frontiere e sospendendo le corse dei treni provenienti dai Paesi limitrofi. Sappiamo che la reazione più violenta è venuta dai Paesi balcanici ed in primis dall’Ungheria, che si sono affrettati a tirare su muri e fili spinati di tragica memoria, prendendo posizioni che hanno diviso l’Europa in due.

Queste divisioni vanno in senso contrario al progetto di integrazione, ma hanno il pregio di ricordarci i termini reali del problema assieme al parziale ripensamento tedesco. L’immigrazione non è uno stock che si può smaltire una tantum, è un flusso previsto e quantificato in proporzioni bibliche da parecchio tempo dai demografi di tutto il mondo. Noi confiniamo con l’Africa, che a fine secolo passerà da 1 a 4 miliardi di abitanti segnando l’incremento più forte di tutto il pianeta ed è quello nelle peggiori condizioni umane, economiche, sociali e soprattutto politiche, mentre noi siamo tra le aree più prospere e appetibili. Se non cambia qualcosa da quelle parti, dovremo trovare una diversa definizione del fenomeno migratorio e chiamarlo invasione. Di questa eventualità, nessuno oggi è in grado di calcolare le conseguenze. Si sa solo che – rebus sic stantibus – avverrà per il semplice principio dei vasi comunicanti.

Cosa fare allora? La cosa più ovvia l’ha detta i primi di settembre Kinan Masalmeh, un ragazzino siriano bloccato alla stazione di Budapest e ripreso da Al Jazeera: “fate cessare la guerra in Siria e noi ce ne stiamo a casa nostra”. Dopo quella del povero Aylan, è la seconda icona da tenere a mente. Come la prima richiama l’obbligo morale alla solidarietà, la seconda chiede un impegno politico cui l’Europa deve apprestarsi ritrovando la necessaria coesione.