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Politica interna

Elezioni greche e cambi d’abito

Ieri il giuramento, in linea con le coordinate rientranti nell’identità del suo partito: Kyriakos Mitsotakis, leader della forza di centro-destra Nea Dimokratia, ha scelto di includere nella cerimonia che lo ha ufficialmente reso il nuovo primo ministro della Repubblica Ellenica non soltanto la firma dei documenti con il presidente Paulopoulos, ma anche il rituale facente riferimento al capo della Chiesa ortodossa Ieronimos II, che il predecessore di Mitsotakis – ossia Tsipras, il leader del partito di sinistra Syriza – preferì invece rifiutare.

Il trionfo ottenuto dal discendente di una delle più influenti famiglie del panorama politico greco, verificatosi in corrispondenza delle elezioni di domenica 7 luglio, ha condotto il medesimo a una posizione nettamente favorevole: grazie al 39,85% dei voti e a un premio di cinquanta seggi previsto dalla legge greca, Mitsotakis  e la sua fazione potranno governare con la maggioranza assoluta all’interno della Boulé, ossia il parlamento monocamerale proprio dell’ordinamento greco. Il diretto avversario di Mitsotakis, cioè Tsipras, è stato sconfitto, ma non in maniera umiliante: Syriza, infatti, ha riscosso il 31,5% dei voti, percentuale che assicurerà alla fazione più rilevante della sinistra greca la possibilità di operare una  consistente opposizione nei confronti di Nea Dimokratia. Accanto a Syriza, in funzione contraria ai conservatori di Mitsotakis, si schiereranno anche KINAL, coalizione di centro-sinistra che ha raggiunto l’8,1% dei consensi, i comunisti del KKE e MeRA25, il partito dell’ex ministro dell’Economia Yanis Varoufakis, che si separò da Syriza quando Tsipras decise, contrariamente a quanto dichiarato durante la propria campagna elettorale, di accogliere le gravose richieste avanzate dall’UE. La nuova configurazione del parlamento greco ospiterà anche alcuni esponenti di Soluzione Greca, fazione legata alla destra nazionalista che è riuscita a superare la soglia di sbarramento. Dalla Boulé sono stati esclusi, invece, gli esponenti di Alba Dorata, il partito neofascista che durante le ultime tornate elettorali aveva registrato un allarmante incremento dei propri consensi: secondo i commentatori, il fatto che la polarizzazione dello scontro politico relativo alle elezioni del 7 luglio abbia individuato i propri estremi nella sinistra di Tsipras e in Nea Demokratia ha neutralizzato il mordente dei partiti accostabili alle frange più pericolose dello scacchiere.

Al di là delle considerazioni inerenti alla nuova conformazione del parlamento, il lato più singolare delle elezioni appena giunte a conclusione è il seguente: come emerge dal profilo che dei due principali avversari hanno tracciato le maggiori testate, la sconfitta di Tsipras e la vittoria di Mitsotakis sembrano il frutto di un curioso cambio d’abiti. Come se, sulla scena costituita dall’agone politico ellenico, i due attori protagonisti avessero scelto di mutare i propri panni e di interpretare personaggi ben diversi da quelli che rappresentavano anni fa, all’altezza delle elezioni del 2015. Si è così verificato un incrocio di destini tanto bizzarro quanto epocale.

Da un lato, il premier uscente. Alexīs Tsipras, classe 1974, leader del partito che nel 2015, opponendosi con forza dirompente e un linguaggio nuovo agli instabili governi che negli anni precedenti avevano trascinato la Grecia verso un abissale tracollo, promise ai cittadini ellenici tanti cambiamenti e, soprattutto, una ferma resistenza ai diktat di matrice sovranazionale. Tsipras e il suo schieramento vinsero così le elezioni, ma negli anni seguenti – anche a costo di perdere alcuni dei più noti esponenti del proprio governo, come il già citato Varoufakis – decisero di assecondare svariate procedure finalizzate al salvataggio dal debito, le quali imposero alla Repubblica Ellenica un rigoroso, nonché mal sopportato, regime di austerità. Nonostante i risultati effettivamente conquistati da tali scelte – tra i vari, la Grecia è rimasta nell’Eurozona, dall’anno scorso non è più sotto tutela ed è riuscita a riattivare la propria crescita economica -, il governo Tsipras si è gradualmente procurato l’antipatia della classe media, è stato accusato di disonestà e ha subito un grave smacco quando ha deciso di gestire la questione legata al nome della Macedonia in maniera opposta rispetto alla preferenza della maggioranza della popolazione o quando non sono parse efficaci le misure prese per contrastare i tragici incendi dello scorso anno nella zona di Rafina.

Dall’altro lato, il premier neoeletto. Kyriakos Mitsotakis, classe 1968, prestigiosi studi a Stanford e ad Harvard, carriera negli ambienti dell’alta finanza internazionale, membro di una delle più blasonate famiglie della recente storia greca: i Mitsotakis-Bakoyannis, che annoverano al proprio interno tre primi ministri, diversi ministri, parlamentari e governatori regionali. Mitsotakis assistette alla vittoria di Syriza dalla peggiore delle prospettive: la posizione delle fazioni sconfitte dall’ascesa di Tsipras perché accusate di aver causato il debito greco e di essere le responsabili delle rigide misure di austerità alle quali la Grecia era quindi stata costretta. La campagna che ha permesso a Mitstoakis di ottenere la clamorosa rivincita del 7 luglio ha inglobato al proprio interno alcuni degli elementi più tipici del centro-destra conservatore e anche qualche elemento vagamente innovativo: una ricetta economica liberista volta a concedere più respiro all’economia greca, un deciso taglio alle tasse finalizzato a favorire diversi settori dell’economia (in testa l’impresa), l’intenzione di ridefinire la posizione della Grecia negli ambienti internazionali, il favore della Borsa, una certa attenzione rivolta ai giovani che hanno abbandonato la Grecia e un atteggiamento che molti giornali hanno definito come quello di un “riformatore moderato”.

Una sorta di torbido, complesso ed enigmatico chiasmo retto da un intreccio cronologicamente ingarbugliato. I più pessimisti (forse i più realisti?) sostengono che Mitsotakis, come Tsipras, poco potrà fare rispetto alle stringenti corde che oggi avvolgono ancora l’impianto della Repubblica Ellenica. La domanda da porsi, allora, è una: Mitsotakis riuscirà a realizzare le proprie promesse o tra qualche anno, costretto all’ennesimo cambio d’abito, finirà a sua volta per interpretare il ruolo dello sconfitto, come se la recente storia politica della Grecia nient’altro fosse che una tragedia?

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