Il blog del Movimento Federalista Europeo - sezione di Vicenza

Vario

Etnie e Costituzioni

Sono tempi burrascosi e per certi versi rivoluzionari quelli che stanno affrontando l’Europa e il mondo in queste ultime settimane. Dopo che il vecchio continente si è lasciato alle spalle il peggio (almeno per il momento) della pandemia da covid-19, il resto del mondo sta ora affrontando una fase acuta della pandemia. A ciò si aggiunge il periodo difficile degli Stati Uniti, che sta fronteggiando una rivolta popolare a seguito dell’uccisione vergognosa e atroce di George Floyd, come non se ne vedevano da diverso tempo. Conseguenza di ciò è stata la rinascita del movimento Black Lives Matter (BLM), che richiede in sostanza una riforma della polizia e l’attuazione di politiche che mettano fine al razzismo sistemico nel Paese. Ultimamente poi, le proteste si sono allargate anche alle piazze italiane ed europee, rivendicando parità e diritti per gli immigrati e i richiedenti asilo. Al di là delle differenze culturali e storiche dei contesti americano ed europeo, è utile pensare a un movimento e pensiero BLM oltre gli Stati Uniti?

Per iniziare una riflessione in tal senso sarebbe bene prima cominciare analizzando le origini stesse degli Stati Uniti e la loro formazione come Stato, nato di fatto ex novo dalla ribellione di coloni europei contro l’Inghilterra: c’era la possibilità mai avuta prima di costituire un soggetto politico quasi dal nulla, senza i lasciti delle corporazioni o delle dinastie ancora presenti in Europa. Nasce quindi la Costituzione americana che agisce come vera e propria creatrice della nuova società, nella quale tutti dovevano essere considerati uguali. Si capì però fin da subito che – parafrasando Orwell – alcuni erano più uguali di altri. E così già la Costituzione sanciva e regolava la schiavitù: non era presente lo scollamento tra situazione formale e situazione sostanziale tipica delle Costituzioni liberali – quello su cui, per esempio, cerca di agire il nostro articolo 3, prima affermando l’uguaglianza formale di tutti i cittadini, ma poi impegnando la Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Proprio ciò permise di istituzionalizzare il razzismo americano, più in là delle semplici leggi che regolavano prima la schiavitù e poi la segregazione: la supremazia e la prevaricazione bianca si affermò nel modo in cui furono costruite le città, nelle scuole, nei mass media, radicandosi così nella mentalità di ogni americano.

In Europa invece fino al XIX secolo le politiche di discriminazione e segregazione sono sempre state a sfondo religioso e mai, per così dire, a sfondo “biologico”, come nel caso della storia del razzismo americano. Tuttavia le radici culturali erano comuni: l’universalismo cristiano e una visione eurocentrica. Così anche noi europei non possiamo dirci innocenti per quanto riguarda la volontà di supremazia europea e bianca. Esempi evidenti ne sono il colonialismo francese, britannico, belga e anche italiano. Le pratiche di sopraffazione e la mentalità di fondo erano alla fine le stesse: in nome della civilizzazione e della statalizzazione dei territori colonizzati le popolazioni “indigene” dovevano essere cancellate o, come minimo, asservite.

Ed è questo forse il lato più terribile e inquietante del costituzionalismo occidentale basato sullo Stato nazionale: venivano professati come inalienabili i diritti fondamentali dell’uomo, ma al contempo essi venivano limitati al cittadino. In questo modo bastava declassare a non cittadino chiunque si volesse per spogliarlo di ogni diritto e prerogativa, garantita di regola a tutti. È esattamente ciò che è successo in Europa con le politiche di discriminazione nei territori colonizzati (nonché ovviamente con la Shoah); lo stesso meccanismo è stato portato avanti negli Stati Uniti attraverso le politiche di segregazione contro gli afroamericani, durate fino a pochi decenni fa: uomini “nudi” di fronte al potere sovrano – direbbe Giorgio Agamben –, spogliati della loro identità politica di cittadini.

Oggi i nostri sistemi politici e giuridici hanno trovato delle contromisure a questi fenomeni (Costituzioni rigide e conseguente controllo delle Corti costituzionali solo per citarne uno) e l’opinione pubblica è ormai unanime nel condannare fatti atroci accaduti in passato; ma la discriminazione e il declassamento di gruppi etnici e classi sociali sono sempre delle possibilità latenti di tutte le nostre democrazie liberali. Per questo la battaglia per la giustizia etnica deve essere una battaglia transnazionale e una delle basi per creare un legame comunitario tra i popoli a livello europeo e mondiale.

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