La nostra storia inizia con un viaggio. Un viaggio per mare, verso luoghi lontani e sconosciuti agli occhi di una giovane principessa fenicia. Un viaggio che avrebbe cambiato la sua vita e quella del suo mondo. La fanciulla si chiama Europa e un toro spuntato dalle onde l’ha portata a Creta, nel bel mezzo del Mediterraneo, come a sottolineare che lei sarà il cuore pulsante di quel mare e delle terre che lo circondano.

E così sarà, infatti. Millenni più tardi un insieme di Stati deciderà di unirsi in un’unica, grande e complessa struttura, più simile ad un sogno da lungo tempo coltivato che ad una situazione effettivamente realizzabile, che porterà il nome della principessa: Europa.

Ad oggi sono ventotto i paesi che fanno parte dell’Unione Europea: essi sono diversi -e sanno bene di esserlo- per lingua, religione, struttura politica, indirizzi economici, tradizioni e molto altro ancora. Eppure c’è qualcosa in ognuno di essi che li ha spinti ad aderire a questo grandioso progetto, qualcosa che li rende simili e alleati, che li accomuna, che li spinge a cercare un legame con i “vicini”, non più così lontani e freddi. Essi condividevano allora, nel non molto lontano 1993, e soprattutto condividono oggi la stessa attenzione per i valori e i diritti della persona umana, rispettando le minoranze, attuando, più che proclamando, la democrazia, promuovendo il riconoscimento della parità tra uomo e donna, incoraggiando la tolleranza, la giustizia e la solidarietà.

Ed è in nome di questi valori e principi che oggi ognuno di questi Paesi deve guardare avanti, verso un futuro non ancora pienamente definito, nonostante gli anni passati a farsi la guerra gli uni con gli altri.

È arrivato il momento che l’Europa abbandoni le differenze e si sieda allo stesso tavolo, pronta a mettersi in gioco e a scommettere sulle sfide da superare.

Certamente c’è ancora molta strada da fare: basta pensare alle tensioni che si addensano come nuvole minacciose lungo le frontiere di Austria, Ungheria, Inghilterra, Svezia e Danimarca e a come tutti gli Stati stiano litigando tra loro per cercare di gestire l’arrivo dei migranti da quelle stesse coste che hanno visto partire la principessa fenicia.

Oggi ci troviamo di fronte ad un’Europa ancora giovane, come molti Stati che la compongono: ancora incerti, traballanti, divisi internamente, ma non per questo chiusi al cambiamento o retrogradi. Essi, infatti, vogliono andare avanti, crescere insieme, chi più chi meno: desiderano realizzare un sogno e tornare ad essere un punto di riferimento forte, una vera e propria guida nel mondo, nonostante le spinte anti-europeiste presenti in alcuni di questi Stati, espressioni di chi scioccamente ritiene di poter fare di più e meglio per il proprio Paese senza nemmeno conoscerlo.

Ma per fare ciò è necessario che tutti i cittadini dell’Unione si inizino a sentire parte di essa e si vedano come fratelli, sebbene cresciuti in luoghi lontani e diversi. Questo era il progetto condiviso da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, quando, nel 1941, in un’epoca tormentata da divisioni e lotte sanguinosissime, scrissero il Manifesto di Ventotene. Avevano individuato come l’unica soluzione ai conflitti che animavano il nostro continente da svariati secoli la creazione di un organo sovranazionale, che controllasse e guidasse l’opera degli Stati ad esso sottoposti.

Quello che è importante chiedersi ora è: questi sogni si sono davvero realizzati? Oppure tutto è nato e svanito con la stessa rapidità di un battito di ciglia, giusto il tempo di aprire nuovamente gli occhi per vedere davanti a sé una realtà completamente dissimile?

Ci sono stati cambiamenti significativi in questi anni: nel 2001 è stato adottato l’Euro come moneta unica, la BCE controlla le politiche monetarie dei Paesi membri che aderiscono all’Eurozona e resta ancora in vigore – sebbene tra molte critiche e perplessità – il tanto dibattuto trattato di Schengen, che permette la libera circolazione dei cittadini europei sul suolo dei diversi Stati dell’Unione.

È, quindi, incoraggiante vedere come a poco a poco il foedus pacificum di Kant, che “cerca di mettere fine a tutte le guerre, e per sempre” si concretizzi sempre più, fino a diventare un vero e proprio obiettivo comune.

Eppure, come per qualsiasi grande progetto, anche in questo caso ci sono tante sfide da superare, a partire dai nazionalismi e dalle rivalità – antiche e nuove – dei singoli Stati. Mai come oggi c’è bisogno di unità, di coesione: non chiudiamoci in castelli di cristallo, convinti della nostra invulnerabilità e forza, ma guardiamo dove ci dirigiamo, come vogliamo diventare ciò che vogliamo essere.

Raggiungere la completa e totale unità nell’Europa non è ancora realtà, ma non è neppure un mito, racconto lontano e misterioso, difficile a trasformarsi in verità. È una possibilità che prima di quanto crediamo assumerà vera forma.