L’attacco armato di venerdì scorso a Parigi a pochi mesi da quello di Charlie Hebdo e da quelli in altre capitali, conferma che l’Europa è vulnerabile e priva di un adeguato sistema di sicurezza. Deve dotarsene con urgenza, riprendendo in mano progetti troppo a lungo trascurati.

Ancora sangue nel cuore di una capitale europea. A Parigi, ancora una volta civili inermi falciati a teatro, al ristorante, allo stadio, per strada. Dopo l’orrore, la costernazione, la pietas, l’Europa dovrà trovare la lucidità necessaria per opporre qualcosa a questi ripetuti episodi che non sa nemmeno definire, se non genericamente come attacchi armati. Sa però che vengono da lontano e hanno radici in Paesi come la Siria e l’Iraq, dove la Francia è impegnata con altri alleati a fianco degli Usa in azioni militari in una guerra indecifrabile, senza un nemico preciso se non il sedicente Stato islamico che ha rivendicato la carneficina annunciandone altre.

Nel panico e nel disorientamento di questi giorni, l’Europa non può dimenticare di avere nel cassetto due fondamentali progetti e deve tirarli fuori. Il primo è l’Eurogendfor, una gendarmeria comunitaria nata da un Trattato sottoscritto nel 2005 fra Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo e composta da forze di polizia ad ordinamento militare come i Carabinieri, con compiti di investigazione, sicurezza, ordine pubblico dentro e fuori i nostri confini. Ha sede nella nostra città nella caserma intitolata al Generale Chinotto, familiare ai vicentini quando percorrono il tratto di strada che dall’ospedale di San Bortolo porta in direzione Bassano. Anche se è una iniziativa ancora in fasce, collabora strutturalmente con la Nato, l’Onu, l’Unione anche in missioni estere ed è pertanto collegabile al più ampio progetto dell’esercito europeo.

Di questo secondo progetto si parla da decenni, ma non si fanno passi avanti. Anzi rispetto alla coraggiosa iniziativa della Ced degli anni ’50, è forte l’impressione che si siano fatti passi indietro, non appena si pensi che era stata ratificata da cinque Parlamenti degli allora sei Paesi fondatori e fallita all’ultimo momento per il voto contrario di un manipolo di gollisti al Parlamento francese. Il progetto in seguito è stato molte volte ripreso e altrettante volte accantonato. L’ultimo rilancio l’ha tentato lo stesso Presidente della Commissione Juncker all’inizio di quest’anno, con scarsa fortuna. Il Regno Unito gli ha risposto che la difesa e la sicurezza sono prerogative nazionali, contando al pari della Francia sul suo arsenale nucleare. Austria, Svezia, Finlandia, Irlanda hanno mantenuto una linea di neutralità, mentre l’Italia non si è nemmeno pronunciata. L’orientamento favorevole della sola Germania non è bastato e tutto è stato dimenticato in pochi giorni.

Eppure la ragioni dell’integrazione dei sistemi di difesa e sicurezza sono sempre sotto i nostri occhi. I 28 Paesi europei hanno sistemi nazionali scoordinati, inefficienti e costosi e si fanno addirittura concorrenza sul mercato delle armi. Tra i tanti studi esistenti in materia, è di particolare significato quello condotto nel 2013 dall’Istituto Affari Internazionali assieme al Centro Studi sul Federalismo, secondo il quale la nostra spesa militare è pari al 38% di quella americana ed in termini di resa corrisponde ad appena il 15%. Ora, se se il 15% americano vale 78 miliardi di euro e noi ne spendiamo 194, significa che ogni anno buttiamo dalla finestra 116 miliardi a causa delle nostre incongruenze. E’ una cifra corrispondente come ordine di grandezza all’intero bilancio dell’Unione, prelevata ogni anno dalle tasche dei cittadini europei e sprecata senza che se ne rendano conto.

Questi ragionamenti non hanno tuttavia avuto alcun peso e tutto è continuato come sempre, senza che nessuno se ne indignasse. L’integrazione militare europea come passo verso quella politica ha continuato a rimanere sullo sfondo ed anzi molti si sono esercitati a scagliarsi contro, trovando parecchio ascolto. Finora. E’ sperabile che le esigenze di sicurezza generate dai massacri di Parigi siano adesso più forti delle esitazioni dei nostri leader.