Il federalismo è in difficoltà, perché non ha saputo coinvolgere i cittadini. Per rilanciarsi, deve ascoltare i loro bisogni e invitarli a riconoscersi in un contratto sociale sovranazionale

Se non vogliamo chiudere gli occhi sulle miserevoli cronache che da tempo ci tocca leggere, dobbiamo prendere coscienza che la distanza fra la prassi politica e le nostre aspettative va aumentando e che il federalismo è in forte difficoltà. Per realizzarlo, la classe dirigente europea dovrebbe ripensare dalle fondamenta l’attuale struttura istituzionale dell’Unione, che vede largamente dominanti i poteri statali attraverso il Consiglio europeo e, al suo interno, la Germania. Dovrebbe dar vita ad un Parlamento con due Camere, una rappresentativa di interessi generali, l’altra dei singoli Stati con funzioni differenziate; ad una Commissione come organo di Governo legato al Parlamento da un rapporto fiduciario; ad un Presidente a elezione diretta o sulla base dei risultati elettorali

Quanti leader sostengono oggi un disegno di questo tipo? Siamo sinceri: nemmeno uno. Quanti invece lo combattono, fomentando nazionalismi e populismi? Molti, che conosciamo bene. Eppure alcuni di noi sostengono ancora che bisogna seguire il metodo di Filadelfia 1787, quando i rappresentanti delle ex colonie inglesi si sono chiusi nella State House ed in quattro mesi di accese discussioni al riparo delle pubbliche opinioni hanno concordato i termini del federalismo Usa. E’ un’ idea anacronistica e fuorviante. Nell’era dei media e di internet, i nostri improbabili costituenti dovrebbero riunirsi in una specie di segreto Conclave e alla fine uscirne annunciando a 500 milioni di ignari europei: ecco, abbiamo fatto per voi gli Stati Uniti d’Europa.

Al contrario, una evoluzione verso il modello federalista è possibile se dimentichiamo i leader e proviamo a coinvolgere i cittadini, come richiede la sua natura costituzionale. Purtroppo questa condizione è stata lungamente sottovalutata ed ora che ci accingiamo a celebrare il 60° anniversario dei Trattati di Roma, pochi ricordano che allora sono stati ignorati e pochissimi ritengono che sia stata una omissione grave. Non c’è alcun capitolo dedicato al sistema di diritti – doveri ad essi pertinente se non sotto il profilo del lavoro e vi si può leggere solo qualche accenno del tutto episodico al divieto di discriminazione. Bisogna attendere il Trattato di Maastricht del 1992 per trovare un primo segno di attenzione a questo fondamentale aspetto e addirittura quello di Lisbona del 2009 per vedere una compiuta elaborazione dei diritti. Manca ancora la speculare elaborazione dei doveri e soprattutto manca una adeguata tutela dei cittadini, che quando si vedono calpestati in un proprio diritto fondamentale devono ancor oggi rivolgersi alla Corte di Strasburgo del Consiglio d’Europa. Non è sorprendente pertanto che, interpellate su questa Europa che le emargina, le popolazioni si siano vendicate. Lo hanno fatto quelle francesi e olandesi, bocciando nel 2005 il Trattato costituzionale, quella irlandese bocciando una prima volta nel 2008 il Trattato di Lisbona e quella inglese col recente referendum sulla Brexit. Del tutto coerenti con questi risultati sono i numerosi sondaggi sul crescente grado di sfiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie, anche se andrebbero inquadrati nel generale indebolimento delle democrazie liberali ai tempi della globalizzazione e della finanza predatoria.

Questo grande ritardo nel prendere coscienza del ruolo dei cittadini farebbe sentire le sue conseguenze anche in una eventuale Europa a due velocità, nella quale l’integrazione sarebbe limitata ad un numero selezionato di Paesi e gli altri avrebbero la possibilità di farvi parte in una fase successiva, godendo intanto dei benefici del mercato unico. Anche tra i Paesi candidabili ad essere il cuore della nuova formazione, corrispondenti a quelli all’eurozona o a parte di essi, la lontananza dalle popolazioni è molto grande e aiuta a capire perché si siano create discordie paralizzanti su tutti i temi di maggior rilievo, complicando notevolmente la praticabilità di questo modello.

Al punto cui siamo arrivati non va data troppa importanza alla riforma dei Trattati, perché precipiterebbero tutti nel fossato di incomprensione che si è creato fra cittadini e istituzioni. Per invertire la paradossale corsa al riparo degli agonizzanti Stati nazionali, serve soprattutto un contratto sociale europeo, che inviti i singoli individui a riconoscersi in una comunità sovranazionale per un numero limitato ma importante di aspetti di vita, come sicurezza, lavoro, welfare. Non siamo all’anno zero. La moneta unica a quasi 15 anni dalla sua introduzione è ormai molto di più di un simbolo di identità e tocca le consuetudini di 350 milioni di europei. La mobilità del lavoro ha avvicinato nazionalità diverse ed Erasmus si è affermato come passaggio fondamentale nella crescita formativa e relazionale dei giovani.

Tutto ciò è edificante, ma serve dell’altro. Contributi importanti devono venire dal mondo delle imprese, se sono consapevoli che la competizione commerciale si svolge oggi per grandi aree geografiche, come pure dalle organizzazioni sindacali, essendo evidenti i segni di logoramento di tutti i welfare nazionali. I partiti poi hanno nella scelta europea l’unica possibilità di arrestare la corsa verso il declino e riacquistare la fiducia dei rispettivi elettorati. Sono queste le principali organizzazioni di massa che il nostro Movimento dovrebbe incalzare con maggior determinazione, dopo aver constatato l’indisponibilità dei Governi (e dei Parlamenti) a cedere ulteriori quote di sovranità per creare un grande spazio di democrazia europea e affrontare in questa dimensione le pressanti questioni della modernità. Solo a queste condizioni può essere realizzata la sperata architettura federale dell’Unione, stabilendo gli opportuni canali di partecipazione e rappresentanza. E’ un percorso lungo, durante il quale sarà necessario far frequente uso del metodo intergovernativo ingiustamente denigrato da chi non ricorda che ha generato Schengen e non considera che in una fase transitoria potrebbe dare risultati migliori di un federalismo forzato e rissoso. Ed è il metodo scelto da Londra, Parigi, Berlino, Roma per ricucire lo strappo della Brexit, che potrebbe portarci verso un’Europa diversa da quella finora conosciuta.

L’integrazione politica è una necessità storica e l’unica possibile alternativa al declino. Ma non aspettiamoci che la strada per arrivarci sia sempre lineare e aderente all’ortodossia federalista.