Questa Europa, ancora giovane, ancora acerba, sta crescendo.

La crescita tuttavia, come diceva Fichte, comporta all’inevitabile superamento di ostacoli, secondo l’assoluto dogma dello Streben : ora un grande ostacolo si trova dinanzi all’Europa, ed il superamento di questa difficoltà determinerà quindi se l’Ue sia davvero un sistema vincente e progressivo.

Antonio Tajani, vice-presidente del Parlamento europeo, disegna la sfida europea in un trittico: la crisi economica, il fenomeno dell’immigrazione e l’Isis. Si trattano, questi, di problemi concettualmente differenti, ma caratterialmente correlati tra loro: quella che era dapprima una già vista crisi economica ora rivela la sua unicità mostrandosi invero come una crisi di fiducia tra i governi. Del resto, per chi punta all’investimento, come può essere appetibile un’Europa sotto attacco? Come può suscitar fiducia questo sistema già prematuramente deludente per via del dominio burocratico e delle difficoltà tecniche?

“L’Isis non è un progetto terroristico”, ci spiega ancora Tajani, “è uno Stato che sta nascendo con alleati, economia, organizzazione territoriale ed un esercito”. Questo Stato “politicamente scorretto” che è l’Isis sta quindi muovendo i primi, distruttivi, passi nello scenario mondiale, attraverso il terrorismo ideologico. La conseguenza che più interessa l’Eurozona? L’immigrazione, un fenomeno con cui già in precedenza abbiamo dovuto aver a che fare e che ora, con l’avvento dello Stato Islamico, assume nuova portata sia dal punto di vista economico che da quello morale.

Ma partiamo dalle cifre, per far chiarezza: secondo l’ultimo rapporto Eurostat, appartenente a gennaio 2013, gli immigrati in Europa sono 53 milioni e 907 mila, dei quali 20 milioni e 370 mila extracomunitari. Tuttavia, a luglio 2015 Eurostat ha pubblicato i dati sulle richieste di asilo presentate nei paesi Ue nel primo trimestre. Circa 185 mila domande, in netta crescita rispetto al primo trimestre, quand’erano centomila.

Il notevole incremento è originariamente il risultato dell’aumento incisivo del numero di persone sbarcate nel Mediterraneo, ma anche dell’applicazione del Regolamento di Dublino, il quale prevede la necessità di fare domanda di asilo nel primo mese di arrivo in Europa.

Ma definiamo cos’è un rifugiato. In base all’articolo 1 della Convenzione di Ginevra (svoltasi il 1951) lo status di rifugiato è concesso “a chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Per ottenere tale status va effettuata la domanda d’asilo, per poi sostenere un colloquio approfondito con un’apposita Commissione Asilo.

Ora che abbiamo definito la differenza tra un migrante economico ed un rifugiato, resta una domanda: perché stanno arrivando così tanti migranti in Europa nel 2015? Certamente le motivazioni sono diverse; dopotutto, l’errare fa parte della natura umana, ma in molti casi, come quelli di quest’anno, risulta pressapochista parlare di un semplice spostamento, in quanto il carattere di queste migrazioni va percepito come fuga. Non a caso i migranti sbarcati in Ue nel 2015 provengono principalmente da Siria, Afghanistan, Eritrea, Nigeria e Somalia. La Siria, sconvolta da 4 anni da una caotica guerra civile, rappresenta la situazione più evidente. Il conflitto, che ha causato lo spegnersi di oltre 200 mila anime, ha costretto 11 milioni di persone a lasciare le loro case (di queste, soltanto 4 milioni hanno lasciato il paese): gli esuli siriani rappresentano il 43% del totale degli arrivi nel 2015. L’Afghanistan accusa una forte destabilizzazione politica dovuta alla guerra avviata nel 2001, un’instabilità incrementata dalla profonda crisi nel 2014 che, dopo le incerte e confusionarie elezioni di giugno, ha portato allo sviluppo delle azioni violente dei talebani nei confronti della popolazione (+24% rispetto al 2013). Se a ciò aggiungiamo i già duraturi problemi del paese (abusi delle forze di sicurezza e negazione di molti diritti umani fondamentali), possiamo notare che circa 2,5 milioni di persone hanno lasciato il paese e che, tra questi, 35 mila sono sbarcati in Europa nel 2015. L’Eritrea, alle prese da 20 anni con la dittatura di Isaias Afewerki (che obbliga il servizio militare obbligatorio e permette l’uso della tortura e gli assassinii di Stato), la Nigeria, che dal 2002 fronteggia la presenza del gruppo islamista radicale Boko Haram (attivo con sequestri ed attentati) e la Somalia, dal 1991 inginocchiata da una guerra civile (che ha favorito lo sviluppo del gruppo islamista Al-Shabab) hanno messo in fuga verso l’Europa un totale di circa 53 mila persone, dei quali 29 mila eritrei, 15 mila nigeriani e 9 mila somali.

Ma perché vengono in Europa? Dal punto di vista economico, ci pare ovvio dire che i migranti si muovono verso più sicure opportunità lavorative, che offrano un reddito per mantenersi e per spedire i soldi ai familiari nei paesi d’origine. Non casualmente, nei territori più colpiti dalla crisi, in cui la disponibilità lavorativa tende a mancare, il fenomeno punta ad una regressione (molte zone dell’Italia, infatti, registrano un calo del numero di residenti stranieri). A livello politico, i migranti prediligono i paesi che hannno la possibilità di dar loro una qualche forma di protezione. È quindi chiaro che i flussi in arrivo in Ungheria, dopo le politiche annunciate dal premier Orban, saranno destinati a diminuire.

Il celebre soft power europeo, inteso come l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni della politica (termine coniato da Joseph S. Nye Jr.), può rivelarsi, nella sua caratteriale positività, come un’arma a doppio taglio: è bene che un paese attiri a se’ le persone, ma se manca un giusto piano di integrazione, od una giusta mentalità di fondo, il nuovo incremento può risultare dannoso sia dal punto di vista economico e sia da quello politico sociale. Tante, infatti, sono le difficoltà dei governi ad affrontare i flussi e tante altre sono le ideologie semplicistiche e populiste dei vari Le Pen e Salvini che, in questo clima di grave sfiducia politica, prendono in assalto l’opinione pubblica proponendo manovre dettate da una visione profondamente xenofoba, allarmista e priva di alcun fondamento tecnico. È il macabro trionfo dell’idealismo politico che mostra un’identità, tra gli statisti, volta semplicemente ad affermare degli ideali (egoisti) mancanti del giusto realismo. Segnale d’allarme, nell’Europa ferita dopo gli attacchi a Parigi, è l’assalto mosso a Schengen, uno degli avanzamenti più concreti dell’Unione europea. Il trattato di Schengen, in vigore dal 1985, prevede una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. Lo spazio, attualmente composto da 26 paesi, implica una cooperazione di polizia tra tutti i membri per combattere la criminalità organizzata o il terrorismo, attraverso una condivisione dei dati, ad esempio con il sistema di informazione condivisa Schengen, o Sis. Sandro Gozi, sotto-segretario di Stato per le politiche e gli affari europei, ricorda che “Schengen non significa solo libertà, ma anche sicurezza” e che “un giusto scambio di informazioni aiuterebbe contro le minacce”: uno dei talloni d’Achille del Trattato, infatti, è la mancante comunicazione tra le intelligences dei governi. Schengen, quindi, non è di per se’ un sistema sbagliato, od obsoleto; necessita invece di una maggior integrazione per poter essere completamente funzionale.

Abbiamo diversi buoni motivi per provare astio nei confronti dell’America, eppure, quello che è considerato tutt’ora un esempio di melting pot culturale ha degli insegnamenti che possiamo imparare. Analogamente all’Europa, anche gli Stati Uniti hanno affrontato emergenze migratorie dal forte peso socio-economico: ricordiamo ad esempio la fuga dei boat-people dal Vietnam, 40 anni fa, o ancora, le conseguenti fughe dovute al dominio dei Narcos in Messico ed in Colombia. Eventi cruciali, va detto, ma va detto senz’altro che la caratteristica dinamicità economica degli USA è data dalla crescita demografica portata dagli immigrati.

Tuttavia, guardando la grande storia dell’immigrazione nell’American Dream, siamo ben lungi dal divinizzare questo laboratorio di società multietnica. Tutto ha inizio dal 1892, fino al 1954, quando Ellis Island venne trasformata in un enorme ufficio di smistamento in cui venivano applicate le norme per l’accesso negli Stati Uniti. Norme ben severe: coloro che non appartenevano alle categorie autorizzate venivano respinti. Eppure, nonostante un’organizzata politica di accoglienza dei migranti, gli USA non mancavano di accusare la presenza di forti movimenti xenofobi: dal Ku Klux Klan alle vere e proprie manovre politiche, come l’Anti-Chinese Act (del 1882) poi prolungato, nel 1924, con l’Immigration Act, per giungere perfino alla militarizzazione del confine tra San Diego e Tijuana.

Il modello USA, con le sue controversie, rimane comunque il migliore che ci sia. Evolutosi con l’aumento della concessione della Green Card (che offre la residenza permanente), adotta un’idea inclusiva della società affiancandola ad una forte cultura delle regole.

“Nel dramma dei profughi che attraversano il Mediterraneo” dice Federico Rampini nel suo libro L’Età del Caos, “c’è qualcosa che l’Italia e l’Europa possono imparare dagli Stati Uniti”.