Lo scorso dicembre il nostro Ministro degli Esteri è riuscito a convocare a Roma i grandi della terra e a ottenere un largo consenso internazionale per la soluzione della crisi libica

Alla Libia si rivolgono da tempo le ambizioni della politica estera italiana. Paolo Gentiloni vi si è dedicato fin dai primi giorni del suo insediamento alla Farnesina, dichiarando più volte che l’Italia era pronta ad un impegno anche militare se si creavano le condizioni per un tale passo e se vi era il consenso dell’Onu. Quelle condizioni sono meno lontane dopo il successo dei due eventi di rilievo organizzati a Roma nel mese di dicembre, con la partecipazione di tutti i principali protagonisti della scena internazionale.Il primo è stato il Med 2015, organizzato al Parco dei Principi dal 10 al 12 dicembre con la collaborazione dell’Istituto milanese per gli studi di politica internazionale. Sul Mediterraneo hanno ragionato e cercato linee d’azione diplomatici, politici, manager d’impresa, con analisi approfondite e confronti a tratti duri riferiti dalle cronache. Matteo Renzi è intervenuto per ribadire che il Mediterraneo è un’area straordinaria, che può aiutare a costruire un nuovo ordine e una nuova idea di prosperità tra i popoli di tutte le fedi religiose ed estrazioni culturali. Di carattere prettamente politico la Conferenza che si è svolta domenica 13 alla Farnesina, caldeggiata in particolare dagli Usa per porre fine al pericoloso vuoto di potere seguito alla caduta del regime di Gheddafi. L’esito dei lavori è stato sintetizzato in un documento cui hanno apposto la propria firma i rappresentanti di Algeria, Arabia Saudita, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giordania, Italia, Marocco, Qatar, Regno Unito, Russia, Spagna, Stati Uniti, Tunisia, Turchia, Unione Europea, Nazioni Unite, Lega degli Stati Arabi, Unione Africana. Vi si possono leggere i punti d’intesa portati avanti dai due mediatori Onu, prima Leon e più recentemente Kobler, tra i quali spicca il sostegno ad un Governo di concordia nazionale come unico legittimo esecutivo della Libia accanto al riconoscimento di fondamentali istituzioni economiche come la Banca centrale libica, la Società petrolifera nazionale e l’Autorità d’investimento libico. Le intese così delineate sono state sottoscritte a Skhirat in Marocco il successivo 16 dicembre dalle maggioranze delle due parti politiche rivali, l’una islamista insediata a Tripoli con il sostegno del Qatar e della Turchia; l’altra a Tobruk con riconoscimento internazionale ed il sostegno dell’Egitto e dagli Emirati arabi.Dopo questa prima fase di inquadramento diplomatico, ne è iniziata subito un’altra all’Onu conclusasi il 23 dicembre con l’approvazione di un documento di sostanziale ratifica da parte del Consiglio di Sicurezza, che lo ha votato all’unanimità. Parallelamente veniva dato il via libera ai negoziati per la Siria, che dovrebbero cominciare a gettare un po’ di luce sulle opache relazioni dei Paesi del Golfo – e non solo – con i guerriglieri jihadaisti dell’Isis. Agli accordi Onu sono legate le iniziative che a Bruxelles dovrà prendere l’Alto Commissario Federica Mogherini, già del resto presente alle due giornate romane. Dovrà tessere le intese per una presenza europea sul territorio libico, che prevedibilmente comprenderà aspetti economici, sociali, militari. Per i primi due troverà buoni spunti se guarderà retrospettivamente al partenariato stretto a Barcellona nel ’95 tra gli allora 15 Paesi della comunità europea e 10 Paesi mediterranei, dal Marocco alla Turchia. Dovrà comprendere le ragioni del suo fallimento, tener conto dell’impoverimento seguito alle primavere arabe e valorizzare alcune nuove risorse, come il grande giacimento di gas da poco scoperto dall’Eni in Egitto.Più complesso e nello stesso tempo decisivo il terzo aspetto, dato che una presenza militare ben organizzata sarà indispensabile per assicurare l’osservanza delle clausole concordate a Roma. Le forze speciali inglesi, francesi e americane già presenti in varie aree del territorio libico rispondono ad esigenze di parte e non sono state finora sufficienti a contrastare infiltrazioni jihadaiste, criminalità comune, traffici connessi e nemmeno a difendere ambasciate e sedi di polizia, come reso evidente – se ce ne fosse stato bisogno – dal recente attacco a Zliten. Ciò che chiamiamo Libia è un piatto territorio cinque volte quello italiano con una popolazione di appena 6 milioni di abitanti concentrati nelle poche città costiere e a prevalente organizzazione tribale, dominante in particolare nello sperduto Fezzan. La necessità di una adeguata presenza armata è un’occasione che l’Unione deve cogliere, definendone finalità, composizione e direzione. A favore della Mogherini gioca la recente presa di posizione della Merkel, che ha stravinto il Congresso del suo partito a Karlsruhe promettendo controlli più severi alle frontiere esterne dell’Unione, pur lasciandole aperte. La stessa cosa ha detto, non certo casualmente, Juncker, dopo aver proposto all’inizio del 2015 di rilanciare il progetto per la formazione di un esercito europeo. La Commissione sta inoltre incalzando l’Italia perché non sarebbe abbastanza diligente nella realizzazione degli hotspot di Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle. Proprio questo argomento potrebbe dare all’Italia qualche chance per la direzione dell’intera operazione di stabilizzazione, che la visita di fine anno a Roma di Fayez Al-Serraj, Presidente designato del nuovo Governo unitario, sembra volere accreditare.Molto lavoro rimane da fare, quindi. Oltre che continuare a tessere la sua tela, Gentiloni dovrà provare a ricucire gli strappi che nelle scorse settimane il suo Presidente ha provocato nelle relazioni con Francia e Germania. Comunque vada, si è dimostrato capace di coordinarsi con la Ue e con l’Onu, facendo sentire la voce della diplomazia italiana da troppo tempo incolore e appiattita su posizioni altrui.