Forse, nella insondabile mente di Trump, come è accaduto in occasione dello scioglimento delle tensioni tra le due Coree, l’atto dichiarato già nel dicembre dello scorso anno, ossia il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, si configura come una tappa strategicamente utile al conseguimento della pace.

Al momento, però, le truppe israeliane sembrano più interessate a fucilare i palestinesi che, in segno di protesta, si sono avvicinati alla frontiera. Le forze israeliane, come spiega la BBC, li hanno definiti “violent rioters” e le uccisioni recentemente perpetrate sarebbero soltanto il risultato di “standard procedures”. Inoltre, la CNN riporta che, secondo le istituzioni israeliane, le contestazioni avvenute nelle ultime settimane – le quali sono tuttora in corso – rientrerebbero in un disegno orchestrato da Hamas con lo scopo di rompere il confine e attaccare la comunità ebraica.

A Gaza, i palestinesi conducono già da marzo degli atti di dissenso legati alla commemorazione della Nabka, la Catastrofe che si consumò quando, il 14 maggio 1948, centinaia di migliaia di individui appartenenti alla comunità palestinese furono costretti ad abbandonare le loro abitazioni. Nelle ultime settimane, considerando le informazioni provenienti dalla CNN, più di ottanta palestinesi sono stati uccisi e il numero dei feriti rientra nell’ordine delle migliaia. Aspra è la rabbia che attraversa la comunità guidata da Hamas: Ali, insegnante di scienze che ha rilasciato alcune dichiarazioni riportate dall’agenzia Reuters, ha sostenuto che i palestinesi “will not accept being occupied forever”.

Ecco, dunque, i pacifici esiti della decisione stabilita da Trump. Oggi, 15 maggio 2018, settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, avverrà l’inaugurazione dell’ambasciata, evento al quale prenderanno parte diverse cariche istituzionali e al quale non mancheranno né Ivanka Trump né lo stesso Trump, che però si paleserà attraverso un videomessaggio. Sarà un momento cruciale, un atto chiaramente contrario agli Accordi di pace siglati nel 1993, i quali stabilivano che lo status di Gerusalemme sarebbe stato discusso secondo modalità ben diverse, e non approvato da svariati organismi internazionali: dall’ONU alla UE – della quale, però, i rappresentati di quattro Stati presenzieranno all’inaugurazione: Ungheria, Repubblica Ceca, Austria e Romania. Assenti, invece, saranno Russia ed Egitto, come specificato da La Repubblica.

Alto è l’entusiasmo del premier nazionalista Benjamin Netanyahu, il quale ha ringraziato Trump attraverso Twitter. Molti israeliani ritengono che il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele si configuri come l’ultima tappa della presunta “riunificazione della città” successiva alla Guerra dei sei giorni avvenuta nel 1967: tanti, la scorsa domenica, sono stati i festeggiamenti legati al Jerusalem Day.

Uno rimane il punto fermo che emerge dalle strazianti nebbie del conflitto ancora in corso: la serena composizione dello storico scontro tra Palestina e Israele è tragicamente lontana.

Forse, in un contesto tanto esasperato, sarebbe bene rammentare le parole scritte da Hannah Arendt in un testo fondamentale quale “La banalità del male”: alcune scelte facenti capo a Benjamin Netanyahu, infatti, sembrano rapportabili a quella mentalità che, secondo il giudizio della filosofa di origini ebraiche, con il tempo risulterà sempre più deleteria rispetto alla stessa sopravvivenza dello Stato di Israele.