Correva l’anno 1826, quando il sultano Mahmud, forte della sua moderna artiglieria, decise di sciogliere dopo secoli di vita l’ormai pervasivo corpo dei Giannizzeri. Da sempre élite dell’esercito ottomano questi all’invito della sublime porta a smobilitare, risposero insorgendo. Formidabili guerrieri, tuttavia nulla poterono contro la moderna artiglieria imperiale e in seguito alla fallita rivolta, il corpo venne soppresso e mai più ricostituito.

Quasi due secoli dopo, elementi dell’esercito turco in prevalenza appartenenti ai ranghi intermedi delle forze armate e di ispirazione kemalista tentano, fallendo, il golpe. Vittima designata del fallito colpo di stato è il presidente della repubblica Recep Tayyip Erdoğan, sempre più impegnato in una riforma presidenziale della repubblica e sempre più sostenitore di politiche marcatamente islamiche.  L’esercito turco invece dai tempi del padre della patria Ataturk è sempre stato custode e depositario dei valori laici dello stato. Ecco quindi la crasi che venerdì 15 luglio ha investito le istituzioni turche, sancendo alla fine la vittoria seppur con uno stretto margine in favore di Erdogan.

E come il suo lontano predecessore a difendere dal suo esercito il neo sultano ha contribuito un’arma moderna e più temibile degli stessi cannoni, i social network. Tramite essi Erdogan ha esortato infatti il suo elettorato e il suo popolo a scendere in piazza contro i rivoltosi, con esiti che noi tutti conosciamo.  E come spesso accade in queste situazioni come di regola si procede all’epurazione di tutti gli organi dello stato che non possono o non riescono ad assicurare la loro lealtà, al re che per un soffio non ha perso la corona. Principale obiettivo di tali politiche appare già chiaro essere le forze armate che forti di 600 000 effettivi oltre ad aver fatto germinare il seme della rivolta, rappresentano da sempre una presenza ingombrante nella politica turca.

 Tuttavia l’esercito non sarà l’unico obiettivo del governo, si offre infatti ad Erdogan quel casus belli a lungo cercato che gli permetterebbe di eliminare l’opposizione interna in tutti gli apparati chiave dello stato. Ecco quindi i recenti mandati d’arresto spiccati per quasi 3000 giudici, la sospensione di 7850 agenti di polizia, la rimozione di 103 alti ufficiali dell’esercito, apparentemente non implicati nel tentativo di golpe, l’arresto di 6000 soldati e la rimozione di 30 prefetti e 50 alti funzionari civili. Insomma da fallito golpe si parla già di golpe al contrario. Ma ciò che desta molte perplessità nelle cancellerie occidentali è invece la spericolata politica di alleanze e cambiamenti di fronte improvvisi che Ankara conduce alla luce del sole.

Sono appena cominciate e non sembrano destinate a sbollirsi rapidamente infatti le recenti polemiche del governo turco su un probabile coinvolgimento di Washington, accusata tra l’altro di dare asilo al maggior oppositore di Erdogan, Fethullah Gülen, un tempo alleato e ora nemico. Si aggiunga poi l’improvvisa riappacificazione con la Russia di Vladimir Putin con cui i rapporti fino a poco tempo fa erano tesissimi e la riapertura diplomatica nei confronti di Israele. Tutto ciò fa pensare che Ankara tenti un acrobatico rimescolamento delle carte al tavolo delle alleanze. Non sono passati inosservati nemmeno ad Ankara inoltre i protratti silenzi delle cancellerie occidentali, le quali prima di sconfessare il tentativo di golpe hanno aspettato l’annuncio degli Stati Uniti, i quali c’è da star certi hanno aspettato di capire in mano a chi fossero le redini del potere prima di ufficializzare la loro linea.

Insomma se internamente la leadership di Erdogan appare uscita rafforzata dal riuscito contro colpo di stato, internazionalmente la Turchia sembra sempre più isolata. A partire dagli errori e dai guai commessi nella questione siriana, passando per le tensioni con la Russia, arrivando infine al vulnus sulla questione migratoria ancora aperta con Bruxelles, tutto ciò ha contribuito a dare della Turchia l’idea di un alleato poco affidabile. Le recenti restrizioni sulla libertà di stampa inoltre e le dichiarazioni su una possibile reintroduzione della pena di morte, sommata alla questione kurda contribuiscono ad offuscare l’immagine presentabile del paese.

Resta ora da capire quale sarà la prossima mossa del sultano che seppur libero dalle ingerenze dei suoi giannizzeri conduce una politica interna ed estera sempre più spregiudicata, forte del sostegno del suo popolo, ma altrettanto rischiosa.