L’Italia e l’Occidente progredito hanno bisogno di immigrati, nonostante la  disoccupazione interna. Un recente saggio di due accademici dell’Università di Padova spiega perché

La letteratura economica ci avverte da tempo che stiamo andando verso una struttura produttiva labour saving, in cui il lavoro umano sarà inesorabilmente sostituito dalla tecnologia e dall’informatizzazione. Lo avvertiamo, quando facciamo  benzina in stazioni di servizio senza addetti ed entriamo nei caselli autostradali col telepass; oppure quando facciamo i bonifici bancari dal nostro computer, mentre in banca ci serviamo spesso del bancomat senza impegnare personale. Per questo non è sorprendente, per fare un solo esempio, che Unicredit abbia preannunciato la chiusura di 800 filiali ed un esubero di 18.200 dipendenti, di cui 6.900 in Italia.

Eppure la scorsa estate, in un’Europa con oltre 20 milioni di disoccupati, la Signora Merkel ha detto che la Germania aveva bisogno di immigrati con una dichiarazione subito confermata dal suo Ministro dell’economia e dal Presidente della Confindustria tedesca. La sua disponibilità era rivolta ai profughi siriani e aveva anche motivazioni di politica internazionale, ma quelle economiche sono state ribadite quest’anno da Detlef Scheele membro del consiglio direttivo della Bundesagentur fur Arbeit, l’Agenzia federale per l’impiego. In una dichiarazione resa in un incontro con un gruppo di giornalisti economici ha detto che la Germania è in grado di dare lavoro a 350.000 rifugiati l’anno, in un fabbisogno complessivo di 700.000.

Abbiamo pertanto bisogno di immigrati, mentre perdura la crisi occupazionale. Come i due fenomeni non siano in contraddizione ce lo spiega un denso opuscolo da qualche settimana in libreria. E’ stato scritto da due accademici dell’Università di Padova ed ha un titolo che fa il verso ad un best seller sul sesso degli anni ’60 (Stefano Allievi, Gianpietro Dalla Zuanna – Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione – Editori Laterza, aprile 2016). La soluzione di questo apparente rebus sta anzitutto in ragioni di carattere demografico. Le migrazioni moderne sono profondamente diverse da quelle del passato e dipendono dallo scarto fra la dinamica demografica dei paesi ricchi e quella dei paesi poveri. Se i primi blindassero i loro confini –scrivono i due autori – nel giro di 20 anni i loro abitanti in età lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni con una diminuzione di quasi 4,5 milioni l’anno. D’altro canto, se i secondi facessero altrettanto, la loro popolazione della stessa età aumenterebbe di quasi 850 milioni al ritmo di 42 milioni l’anno. Nei prossimi anni pertanto l’equilibrio demografico potrà stabilirsi con il trasferimento di un lavoratore su dieci dal mondo povero a quello ricco. In Italia, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa dovranno entrare ogni anno 325 mila potenziali lavoratori, lo stesso ordine di grandezza degli immigrati chiesti dalla Germania, nonostante vi siano 3 milioni di disoccupati. Il mercato del lavoro non è infatti una vasca cui si può aggiungere acqua mano a mano che il livello cala, ma è diviso in segmenti poco comunicanti.

Una prima segmentazione è tra lavoro regolare e irregolare. Anche se il primo è prevalente, è molto diffuso anche il secondo in parte per responsabilità di datori senza scrupoli ed in parte per scelta di molti giovani che non sopportano le costrizioni del lavoro dipendente e preferiscono lavori saltuari potendo contare sul sostegno economico delle famiglie.

Una seconda segmentazione è di tipo territoriale. E’ nota quella tra Nord e Sud, ma esiste anche all’interno di singole regioni. Facendo il caso del Veneto, nel distretto conciario di Arzignano erano disponibili molti posti di lavoro ma i veneti non hanno voluto andarci, nemmeno i giovani della provincia di Rovigo che ha il più elevato tasso di disoccupazione della regione. Di conseguenza marocchini, senegalesi, ghanesi, albanesi, kosovari, romeni, serbi, indiani, bengalesi, cinesi hanno affollato il distretto, dove oggi il 19% della popolazione residente è costituito da immigrati ed il  32% dei nuovi nati ha entrambi i genitori stranieri.

Vi è infine una terza segmentazione di tipo generazionale. I giovani che si affacciano sul mercato del lavoro sono meno numerosi di quanti stanno per andare in pensione: in Italia 567.000 contro 732.000 (dato 2015), con uno squilibrio accentuato dal fatto che il profilo culturale dei primi è diverso da quello dei secondi. Un giovane che cerca lavoro ha in genere una preparazione di base più elevata dell’anziano in uscita dal mercato e questo spiega perché molti immigrati abbiano preso il posto degli italiani in molte attività produttive e di servizio. Una certa concorrenza fra italiani e stranieri si verifica solo nei ddd jobs, cioè nei lavori ritenuti sporchi, pericolosi e umilianti (dirty, dangerous, demeaning).

L’analisi è basata sull’andamento del mercato del lavoro degli ultimi 20 anni e conclude che non è vero che gli immigrati abbiano rubato il lavoro agli italiani. Per il futuro, gli autori non si espongono in previsioni oltre l’andamento demografico, essendo difficile valutare quali e quante professionalità potranno essere incoraggiate o scoraggiate dall’evoluzione delle tecnologie e dei mercati. Dopo aver affrontato altri temi di forte attualità come la formazione scolastica, la criminalità, le schiavitù sessuali, l’islamizzazione europea, nelle pagine finali interpellano la politica e le sue capacità di risposta. Servono certo miglioramenti normativi, ma soprattutto una visione a largo raggio del fenomeno per costruire urgentemente politiche di cooperazione internazionale oggi troppo deboli e parcellizzate.