Nel giugno del 1948 una ex nave militare della marina inglese, la “Empire Windrush”, sbarcò nel porto di Tilbury, vicino a Londra: a bordo vi erano circa 500 migranti provenienti dalla Giamaica alla ricerca di un’occupazione e di un futuro più roseo. In quel periodo infatti il Regno Unito invitò gli abitanti delle sue ex colonie ad emigrare nel territorio britannico per dare un loro contributo alla ricostruzione delle città distrutte a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Questo sbarco fu il primo di una lunga serie che proseguì per vari decenni. I migranti provenienti dalle ex colonie furono così tanti (probabilmente centinaia di migliaia) che si diede loro un nome in onore proprio del primo viaggio: la “generazione Windrush”.

Nel 1948 viene approvato il British Nationality Act, che prevedeva che questi migranti, una volta arrivati nel territorio del Regno Unito, potessero stabilirsi definitivamente nel Paese e soprattutto che acquistassero automaticamente lo status di cittadini britannici. Nel 1971 si decise di non applicare più questo sistema. La generazione Windrush venne esclusa da quest’ultimo provvedimento, ma allo stesso tempo non venne dato loro nessun documento che attestasse lo status di cittadini britannici.

Questa mancanza non si fece sentire fino al 2010, quando il governo inglese guidato da Cameron, che aveva promesso di intervenire sull’immigrazione illegale, decise di distruggere gli archivi degli arrivi dei migranti nel Dopoguerra, rendendo quindi impossibile accertare la verità sulla loro condizione. Cameron infatti si era impegnato a ridurre drasticamente il numero di immigrati annuali e aveva ideato il concetto della cosiddetta “politica dell’ambiente ostile”. Nel 2012 poi Theresa May, che allora rivestiva la carica di Ministro degli Interni, varò un provvedimento che prevedeva l’obbligo di presentare prove della propria cittadinanza britannica per avere accesso ad alcuni servizi, come le cure mediche e l’accesso al sistema pensionistico. Questa ordinanza andò ad incidere pesantemente proprio sulla generazione Windrush: molti di loro si sono visti negare le cure o addirittura hanno subito minacce di espulsione da parte del Ministero degli Interni.  

Amber Rudd, che fino alla fine del mese scorso era Ministro degli Interni, ha chiesto scusa per l’approccio del governo, affermando che «il dipartimento degli Interni si è concentrato troppo sulla politica e la strategia, e a volte ha perso di vista le persone». Anche la premier May si è scusata durante un recente vertice del Commonwealth che vedeva riuniti i leader dei 12 Paesi delle Antille. Tutto questo però non è servito a calmare l’opposizione laburista, che ha chiesto le dimissioni della titolare dell’interno. La Rudd alla fine ha compreso la situazione cedendo a queste pressioni, e le sue dimissioni sono state accettate dalla May. Oggi la carica di Ministro degli Interni è rivestita da Sajid Javid, precedentemente titolare degli Affari Regionali, figlio di due immigrati pachistani.

Intanto il governo ha creato un numero di assistenza telefonica per tutte le persone della generazione Windrush che hanno avuto problemi per il permesso di soggiorno. La Prima Ministra May ha dichiarato che «Il Regno Unito farà tutto quello che è necessario, incluso risarcire chi è stato danneggiato, per risolvere le ansie e i problemi che alcuni membri della generazione Windrush hanno sofferto».

La stampa internazionale dedica molto spazio a questo scandalo soprattutto in questi ultimi mesi in cui si stanno svolgendo le trattative sulla Brexit, che si dovrebbero concludere fra meno di un anno. Una volta che il Regno Unito non farà definitivamente più parte dell’Unione Europea, cosa succederà ai migranti Windrush? C’è sicuramente il rischio che questi vedano messo in dubbio il loro diritto a continuare a risiedere nel territorio britannico. In una situazione analoga potrebbero versare molti cittadini europei, che si sono stabiliti da anni nel Regno Unito ma che magari non hanno mai formalizzato la loro residenza.