Negli ultimi decenni si sono moltiplicati nel mondo, in particolare in Europa, i movimenti che chiedono l’indipendenza di una determinata regione. Questi si basano su presunte differenze culturali, motivi storici, economici e sul principio di autodeterminazione dei popoli. In particolare, quest’ultimo è chiamato in causa ogniqualvolta si voglia indire un referendum per determinare la separazione di un territorio da uno stato. Questo però è un abuso di tale principio agli occhi del diritto internazionale, che ne regola i processi.

Infatti, esiste altrimenti il rischio di un proliferare di campanilismi che porterebbero alla dissoluzione di tutti gli stati. Esistono solo tre casi in cui un popolo può legittimamente chiederne l’applicazione: uno sfruttamento di stampo colonialista; la mancanza di adeguata rappresentanza della popolazione del territorio a livello nazionale nelle decisioni del paese; l’uso della forza da parte dello stato centrale per eseguire un’operazione di pulizia etnica.

Prendiamo ad esempio il caso del Kosovo, che ha dichiarato l’indipendenza dalla Serbia unilateralmente nel 2008. La pretesa in questo caso è supportata dalle azioni che l’esercito jugoslavo ha compiuto durante la Guerra del Kosovo (1996-99), in cui vi fu il tentativo di epurare la regione dalla sua maggioranza di etnia albanese. Quindi, a differenza di quello che il governo russo reclama, l’Occidente nel riconoscerne la secessione non ha fatto i suoi interessi, ha semplicemente applicato il diritto. Viceversa, ciò non sussiste nel caso della Crimea. Tralasciando il fatto che un referendum effettuato sotto l’occupazione militare di uno stato estero non potrebbe mai essere considerato valido dalla comunità internazionale, la penisola del Mar Nero non rispetta nessuno dei criteri già riportati. Di certo non è una colonia, possedeva un’adeguata rappresentazione a livello nazionale e nessuna oppressione era in corso. Stesso discorso può essere fatto per la Catalogna.

Dunque non esiste nessun altro modo per ottenere l’indipendenza? L’unica alternativa ad una dichiarazione unilaterale, che storicamente però porta esclusivamente ad una statualità meramente di fatto (vedisi l’Abcasia ad esempio), è l’accordo tra stato centrale e regione separatista, come è avvenuto nel caso del Sud Sudan nel 2011. Certo, questa è una strada lunga e faticosa dato che per costringere una nazione a perdere parte del suo territorio bisogna passare da lunghi anni di lotta e disobbedienza civile. Però questo è realmente l’unico modo. Altrimenti, il rischio, senza un accordo, è di creare uno stato senza un reale appoggio popolare, dipendente in tutto e per tutto da pochi stati confinanti che hanno l’interesse a mantenere tensione nella zona, senza reali prospettive di riconoscimento e sviluppo.