Parliamo spesso del problema dell’immigrazione in Europa, spinti anche dagli “aiutiamoli a casa loro” che sentiamo con cadenza almeno settimanale in TV. I migranti vengono per la buona parte dall’Africa subsahariana (che da ora in poi chiamerò “Africa”, per brevità), che è una belle poche aree del mondo che è sottopopolata. Ma allora, se ci sono spazio e opportunità, perché la gente abbandona la casa e la famiglia e intraprende un lungo e pericoloso viaggio verso l’Europa? I motivi sono molteplici: guerre, pandemie, povertà endemica, mancanza di democrazia e di speranza nel futuro. Se riuscissimo a contrastare questi fattori, con ogni probabilità la grande migrazione si arresterebbe; in questo modo, l’Africa si svilupperebbe, noi avremmo un nuovo partner commerciale e nessuno morirebbe lungo un tragitto pericolosissimo.

Come possiamo fare? Beh, innanzitutto iniziare a dialogare con gli stati africani da una posizione paritaria. È ciò che sta cercando di fare l’Unione Europea attraverso la sua rappresentante Federica Mogherini. In particolare, l’Alto Rappresentante si è recata quest’anno a Niamey, capitale del Niger, in visita ufficiale. Proprio con questo stato l’UE vuole avere una stretta collaborazione per arginare, o almeno controllare, il flusso di migranti. A quanto pare, infatti, molti africani (120,000 secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) passano attraverso il Niger per dirigersi verso il Nord, e qui è fiorito un giro di affari illecito, di stampo mafioso, sulla tratta di essere umani. Il colloquio con le autorità nigerine dovrebbe essere servito anche per chiarire questo delicato argomento; sembra, infatti, che il governo sia connivente con queste attività criminali, e che l’attuale presidente riceva ampi finanziamenti da un boss di una cosca mafiosa nigerina. I risultati si vedono: nel 2015 il Niger ha introdotto una legge contro il traffico di esseri umani, sotto la spinta dell’UE. Tuttavia, sarebbe anche importante che Strasburgo si impegnasse nella lotta al traffico di armi e droga, che hanno un effetto devastante nei paesi che circondano il Niger. Tenendo conto che siamo in un’area in cui lo jihadismo è forte, l’UE dovrebbe agire a maggior ragione.

In secondo luogo, noi europei dovremmo iniziare ad investire responsabilmente in Africa. Se riuscissimo a creare occupazione, daremmo speranza a tutti quei giovani africani che oggi si sentono oppressi ed impotenti. Il modello delle multinazionali che espropriano il terreno alle comunità indigene non funziona: sebbene re-impieghino la manodopera locale, troppo spesso si piantano solo monocolture intensive (ad esempio, la compagnia “Sugar Works” ha piantato 40,000 ettari di canna da zucchero in Amuru, nel Nord dell’Uganda, con il beneplacito del governo). Così, la varietà della dieta e la biodiversità del luogo vanno a farsi benedire. Peraltro, chi meglio degli africani conosce le proprietà della terra che hanno lavorato per anni, prima che arrivassimo noi? Probabilmente, sarebbe sufficiente fare formazione e portare le nostre tecnologie per aumentare vertiginosamente la rendita dei terreni. Come l’Asia è partita grazie all’industria, l’Africa deve puntare sull’agricoltura.

Accanto all’investimento in attività produttive potrebbe anche affiancarsene uno di stampo sociale. La Cina, ad esempio, investe moltissimo nelle infrastrutture e negli edifici pubblici di molti stati africani. In questo modo ci si fa benvolere dalla popolazione locale, si crea occupazione, si dà speranza e soprattutto si lavora a lungo termine: un ospedale o una scuola opereranno per i successivi 50 anni, creando benefici per tutta la popolazione.

Quindi: allacciati i contatti, ridotte le malattie, creati posti di lavoro (e quindi data la speranza nel futuro), rimangono i problemi della poca democrazia e delle guerre. L’Africa presenta 9 dei 15 leader politici più longevi al mondo, e Paul Biya, attuale presidente del Camerun, guida la classifica con i suoi 40 anni di potere incontrastato. In molti casi, i leader modificano la debole costituzione del loro paese per governare più a lungo, e nessuno può muovere un dito. Va da sé che questo fenomeno porta corruzione, nepotismo e malaffare in tutti i paesi circostanti, per cui è fenomeno che va arginato il più presto possibile. Tuttavia, non saprei nemmeno io che pesci pigliare: dopo ciò che è successo dopo la cacciata di Gheddafi, non me la sento di protestare perché Mugabe governa indisturbato in Zimbabwe. Un leader forte è senza dubbio meglio dello jihadismo, che attualmente è ciò che colmerebbe il vuoto di potere. Meglio aspettare tempi propizi per intervenire nella politica africana. Nel frattempo, si può aumentare la consapevolezza del popolo, e il metodo che preferisco è la scuola. Anche se non dà risultati nel breve periodo, perlomeno porterebbe educazione in Africa, e attualmente è ciò di cui hanno bisogno.

Ho riassunto in pochi punti cosa dovremmo fare per arrestare il flusso dei migranti e per trovare un nuovo, forte partner commerciale. Voi direte: “troppo facile”. E avete ragione, perché non c’è una soluzione semplice ad un problema complesso. Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, purtroppo. Tuttavia, spero che l’articolo vi abbia dato gli strumenti per capire cosa significhi veramente “aiutiamoli a casa loro”. Soprattutto, dobbiamo far sì che da slogan passi a realtà, senza abbandonare chi nel frattempo bussa alle porte della nostra Europa.