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Politica interna

I Conte che non tornano, Salvini e l’Europa

Domenica 26 maggio, il governo Conte ha visto i rapporti di forza interni, capovolgersi con precisione speculare, con il Movimento Cinque Stelle passare dal 32% al di sotto della quota psicologica del 20 e una lega raddoppiare in soli 12 mesi i suoi consensi.

Un colpo duro da assimilare per la compagine di governo composta a maggioranza dal M5S, vedendo per giunta il suo alleato di coalizione imporre un “new deal” a meno di un’ora dagli ultimi exit poll.

Salvini infatti dalla sede del suo partito, capitalizzando appieno il nuovo ruolo da leader che il successo delle europee gli ha portato, ha infatti annunciato le nuove priorità del governo Conte: autonomia, Tav, flat tax e via discorrendo.

Archiviando quindi o derubricando il vecchio contratto di governo, asse ideologico su cui si teneva in piedi la sua coalizione con il M5S. In questo suo nuovo ruolo da premier informale, il leader leghista ha certificato dunque la crisi con gli alleati, già da tempo in preparazione ma sempre mantenuta sotto controllo, in attesa di capire il risultato delle europee.

A questo punto il governo Conte, e il suo Presidente del consiglio sono ad un bivio: appiattirsi sulle posizioni della Lega, senza dare assist ad una quanto mai probabile rottura o tenere il punto, sui dossier cari al leader Leghista e rischiare il tutto per tutto, sperando che la convenienza di un voto estivo dissuada tutti da gesti forti.

Insomma forse il governo Conte non è ancora in una crisi di governo ma il suo governo è certamente in crisi, ecco dunque l’out out, ieri di Conte himself, ai suoi vice-premier, in un inaspettato sussulto di autorità, il quale ha offerto le sue dimissioni se non vi fosse alcun cambio di passo nel clima di governo.

La risposta dei due vice-premier non si è fatta attendere, se infatti Di Maio ha aperto al suo presidente, Salvini ha offuscato la conferenza stampa stessa, rispondendo con i suoi comizi sulla piazza, sparati nella rete, luogo tanto caro al leader leghista dove ancora fatica a trovar rivali.

La situazione è chiara dunque, i nuovi rapporti di forza parlano da sé, questo governo ha le ore contate, ma il nodo gordiano da risolvere a questo punto è il timing, per chiunque volesse andare alle urne.

E il punto non è dei più semplici da sbrogliare, per diversi fattori. Qualora infatti Salvini, presumibilmente volesse andare al voto e capitalizzare a livello nazionale il suo consenso elettorale assieme ai futuri alleati del centro o meglio, della destra, si troverebbe con più di un problema.

Le tempistiche per un nuovo voto non sono delle migliori, andando ora Salvini rischierebbe un voto sotto l’ombrellone e chissà che effetti potrebbe avere in termini di percentuali.

Il secondo punto sono i conti del governo Conte che non tornano, nel senso più aritmetico del termine. Infatti qualora il voto venisse post-posto all’autunno, alla Lega come al M5S resterebbero due strade: rendersi compartecipi di una manovra di bilancio da 30/35 miliardi, oppure lasciare l’inghippo al successivo governo, che stante la situazione dovrebbe aver una maggioranza comunque salviniana.

È facile da intuire come una manovra di simili dimensioni, possa aver la capacità di fiaccare qualsiasi consenso elettorale, tanto più alla vigilia di un voto. Le opzioni sono sul tavolo quindi, il tempo scorre e al dominus della scena politica italiana, Matteo Salvini, resta da prendere la sua decisione.

Ma le problematiche di un voto anticipato non si esauriscono certo nel mero esercizio contabile, si fa per dire, delle prossime leggi di bilancio.

Un’altra incognita della politica italiana ed europea sono le prossime nomine per la Commissione europea, terreno in cui l’Italia parte attualmente isolata, potendo contare solo sulla sua statura politica, ma soffrendo l’assenza di una linea politica chiara e di alleati di questo esecutivo altrettanto cristallini. Non è pertanto da sottolineare l’importanza che il prossimo giro di nomine che si terrà in sede europea avrà sugli equilibri nazionali e non, tenendo presente che la nomina del governatore della BCE ora dell’Italiano Mario Draghi, dovrà essere prossimamente vagliata, e un’Italia senza una voce autorevole sarà facile preda di interessi se non agli antipodi, comunque diversi dai suoi, si veda alla voce rigore tedesco.

Le elezioni saranno dunque una grande incognita, il governo Conte altrettanto, i conti dovranno tornare e per concludere in Europa il non contare nulla politicamente, conterà molto negli anni a venire, che lo si voglia o no.

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