Lo scorso settembre, Juncker ha tenuto la sua seconda relazione sullo stato dell’Unione improntata ad uno spirito di denuncia e lamentazione. Ha così dato ulteriore prova della sua impotenza di fronte ai blocchi, nei quali è articolato il potere politico europeo. Per superare le loro resistenze, serve una nuova generazione di leader

Da quando è al vertice della Commissione, Juncker ha preso l’impegno di svolgere una relazione annuale sullo stato dell’Unione davanti al Parlamento di Strasburgo in sessione plenaria. Lo scorso 14 settembre ha tenuto la seconda, in gran parte ripetitiva della prima per quanto concerne economia, difesa, politica estera, con una visione di lungo periodo rivolta alle giovani generazioni. E’ un impegno che gli deriva da un Accordo del 2010, sulla falsariga della prassi che i Presidenti Usa rispettano da molto tempo, obbedendo ad una raccomandazione costituzionale.
Entrambe le relazioni sono piuttosto rituali e nella sostanza si riducono ad un elenco un po’ stucchevole di cose fatte e da fare, cui non segue alcun dibattito. Ma è molto diverso il clima. A Washington, un Presidente eletto dalla popolazione parla al Congresso in seduta plenaria alla presenza dei membri di Governo e della Corte suprema, è ripreso in diretta dalle maggiori reti televisive e usa toni di solidarietà federale, che nessuno osa mettere in discussione. A Strasburgo, abbiamo sentito un Presidente designato dalle mediazioni fra Governi nazionali e nemmeno candidato alle ultime elezioni esordire dicendo che l’Unione non ha sufficiente coesione, anzi che soffre addirittura di una crisi esistenziale e che i vari leader continuano ad occuparsi dei loro problemi nazionali. Con queste lamentele in premessa, tutto il resto è divenuto inascoltabile e si è ridotto ad una lunga serie di recriminazioni su iniziative, che sarebbero necessarie ma è arduo realizzare in una condizione di generale scollamento.
A scusante di Juncker, bisogna riconoscere che parlava nell’imminenza del vertice di Bratislava dove i Capi di Governo stavano per riunirsi con un’agenda inconsistente, nell’unico scopo di ostentare compattezza di fronte ai nuovi scenari della Brexit e mettere un velo alle divisioni interne. Queste sono ugualmente emerse e hanno avuto la manifestazione più evidente nella disgregazione del direttorio a tre deputato ad avviare le trattative con la diplomazia inglese, come pure nelle proteste del nostro Presidente del Consiglio, che nemmeno ha partecipato alla Conferenza stampa finale. Tuttavia i contrasti, pure numerosi e profondi, fanno capo a tre principali gruppi di potere ognuno dei quali ha il suo tallone d’Achille.
Vi è anzitutto l’asse franco – tedesco, che ha generato l’esperienza comunitaria ed è tenuto insieme dal Trattato dell’Eliseo firmato nel 1963 da De Gaulle e Adenauer. E’ un Trattato di buone relazioni spesso sottovalutato, che tuttavia simboleggia la storica riconciliazione fra i due Paesi ed è alla base di una originale integrazione diplomatica. Si deve a questo lontano e ancor vivo accordo, se funzionari francesi possono operare organicamente nelle amministrazioni tedesche e viceversa, se ogni vertice viene preceduto da una riunione bilaterale, se Hollande e la Signora Merkel si sono presentati assieme a dar lezione di solidarietà al Parlamento europeo nell’ottobre dello scorso anno, per citare un caso clamoroso. Tuttavia quest’asse continua a difendere stolidamente Maastricht venticinque anni dopo, violandone per primo i parametri, e ha i propri leader in evidente affanno elettorale.
Il secondo blocco è l’area del Mediterraneo. E’ rappresentato dai Paesi che vi si affacciano e si riconoscono in una cultura molto diversa da quella dell’Europa del centro – nord. La Francia vi fa parte episodicamente quando vuole alzare la voce nei confronti della Germania, mentre il nucleo del gruppo è costituito da Italia, Spagna e Grecia, che hanno tentato di avviare negli anni ’90 il processo di Barcellona per aggregare attorno a sé i Paesi della sponda africana fino alla Turchia. E’ una chance che possono giocarsi ancora sfruttando la pressione migratoria, pur avendo scarso peso militare, economie deboli e debiti pubblici elevati, anche se in gradi diversi.
Per terzo, viene il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia), costituitosi nel 1991 all’indomani del collasso sovietico con l’obiettivo di aderire all’Unione e di mettersi sotto l’ombrello della Nato. Animato da forte spirito nazionalista, ha un grado di maturazione politica meno avanzato dei partner occidentali e cerca uno spazio originale sfruttando la propria posizione geografica. Ha trovato visibilità  mettendosi di traverso un po’ su tutto ed in particolare sulle politiche migratorie non appena queste sono state abbozzate dalla Commissione, dalla quale peraltro non cessa di pretendere generosi finanziamenti. Sta in questa contraddizione la sua ingenuità e, volendo, la sua facile ricattabilità.
Con tutta l’approssimazione delle sintesi, il quadro politico europeo appare più segmentato che lacerato. Alcune voci esprimono interessi di bottega e si prestano ad essere ricomposte in tutto o in parte, magari puntando sulle loro debolezze. Senza aspettarsi che diventino un coro, andrebbe fatto presente che sono destinate ad un suicidio collettivo se continuano a leggere spartiti diversi. Al momento se lo permettono con un Presidente di Commissione che ha il grande merito di non farci rimpiangere Barroso, ma anche un criticabilissimo passato in Lussemburgo e qualità politiche per tempi normali. Ma non viviamo tempi normali. Un fortunato libro di qualche anno fa ha riassunto la  nostra condizione in un trilemma, dato dalla impossibilità di far convivere globalizzazione economica, democrazia politica e Stati nazionali (Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente, Laterza 2011). Se ne ricava che servono soluzioni nuove e comunità più ampie, cui tuttavia bisogna saper parlare. In Europa, nell’era di internet e dei social, può farlo una nuova generazione di leader.