I sovranisti ingannano le popolazioni, proponendo di tornare ad un passato di libertà e indipendenza su base nazionale. Questi valori si possono oggi coltivare con un assetto federale, che consente agli Stati di recuperare quote di sovranità altrimenti perdute

I sovranisti vivono un bel momento e raccolgono consensi qualsiasi cosa dicano o facciano, anche la più avventata. L’ultima è stata l’impuntatura sul nome di Paolo Savona come Ministro dell’Economia nel tentativo di formare un Governo che trascinasse l’Italia fuori dall’Unione europea, al prezzo di un conflitto col Presidente della Repubblica che ha non precedenti nella nostra pur tormentata storia istituzionale. Saremmo arrivati in una terra incognita e diventati facile preda dei nostri creditori, che avrebbero fatto capire anche ai più cocciuti nemici dell’euro cosa vuol dire dovere dei soldi a qualcuno. A spese ovviamente delle masse popolari e non delle élite che sanno dove mettere al riparo i loro capitali.

Questo drammatico azzardo per fortuna non si è consumato, ma rimane l’accusa all’Unione  di essere in mano a burocrati senza legittimità e lontana dai cittadini, anzi loro nemica. Portare colpi bassi con queste argomentazioni è facile, perché in effetti la costruzione europea è largamente incompleta e non ha un sistema di rappresentanza riconoscibile come quello degli storici Stati nazionali. Il Parlamento di Strasburgo non rappresenta infatti la popolazione europea ma è composto da eletti di singoli partiti nazionali, con una sensibilità condizionata da questo vizio di origine. La Commissione è un organo molto debole, con funzioni limitate ad alcune materie come l’agricoltura ed il commercio internazionale ed un potere di iniziativa legislativa che raramente riesce ad esprimere. L’organo di gran lunga dominante è il Consiglio, che tuttavia non è un organo comunitario. E’ nella sostanza un tavolo attorno al quale si riuniscono periodicamente i capi di Stato o di Governo dei vari Paesi, o i loro Ministri a seconda delle materie trattate, per discutere le questioni di maggior peso politico e prendere le relative decisioni, se vi è accordo unanime. A rimarcarne la natura non comunitaria, le sue riunioni non si svolgono solo a Bruxelles ma anche a rotazione nelle diverse capitali europee e immancabilmente in quella del Presidente di turno.

Quindi abbiamo un Parlamento che non è un Parlamento, una Commissione che non è un Governo ed un terzo organo che non trova riscontro in alcuna delle architetture istituzionali, che ci sono familiari. Non basta. Per assumere una decisione, nel 1999 è stata introdotta la procedura di codecisione in cui i tre organi sono formalmente posti sullo stesso piano e devono essere d’accordo per licenziare qualsiasi provvedimento. Se uno dei tre introduce  una variazione, la procedura si azzera e ricomincia daccapo. Non c’è da stupirsi pertanto se un comune cittadino rimanga interdetto quando guarda a Bruxelles e al metodo di lavoro delle istituzioni che vi hanno sede. Se guarda bene, si rende conto che a monte di un problema di burocrazia ce n’è un altro molto più grave dato da un impianto istituzionale anomalo, voluto dagli Stati in via compromissoria per non spogliarsi più di tanto dei loro poteri: un pantano istituzionale ancor oggi difeso per non andare né avanti né indietro sulla strada dell’integrazione e per vivere o sopravvivere alla giornata. Nel frattempo l’euro rimane una moneta senza Stato, gestita tecnicamente a Francoforte da un Consorzio di banche nazionali, mentre a Bruxelles non c’è nessuno che ne risponda politicamente.

I sovranisti hanno ragione quando denunciano questa situazione. Ma, diversamente dal nostro Movimento, non vogliono superarla ed evolvere verso un chiaro impianto federale con il Consiglio trasformato in una seconda Camera legislativa (un Senato con funzioni differenziate) e la Commissione valorizzata con poteri governativi. Vogliono invece arretrare verso lo Stato nazionale, per recuperare in questo ambito tutti i poteri compreso quello di indebitarsi e sottoporsi paradossalmente alla conseguente limitazione di sovranità. Hanno in mente un inesistente passato, in cui i popoli chiusi nei propri confini nazionali potevano decidere delle proprie vite individuali ed organizzarsi in società senza condizionamenti esterni. Un simile potere non l’hanno avuto nemmeno i grandi imperi al massimo del loro splendore e non ce l’hanno adesso gli Usa, la Russia o la Cina. Potrebbe averlo l’Italia?

Mai come nel nostro tempo il mondo è stato così intrecciato e interdipendente. Ne è una prova il continuo proliferare di organizzazioni internazionali, con le quali gli Stati cercano di porre rimedio al loro declino. E’ un processo che dura da decenni e ha generato oltre 7 mila organizzazioni, un numero astronomico e perfino preoccupante se pensiamo che ad inizio ‘900 erano poche decine. Come mette in evidenza una recente pubblicazione, tutte sono accomunate da un iniziale incoraggiamento degli Stati, ma nel tempo sviluppano capacità d’azione indipendenti con una propria burocrazia ed un reticolo di regolamenti, direttive, istruzioni, raccomandazioni, perfino sanzioni (Lorenzo Casini, Potere globale – Il Mulino 2018). Tra le più famose l’OMC (organizzazione mondiale del commercio), nata dall’accordo di Marrakech del 1995, influenza pesantemente l’economia dei 160 Paesi che ne fanno parte con una varietà di meccanismi negoziali così complessi da essersi meritata il soprannome di matrioska. Il CIO, responsabile delle Olimpiadi, è una organizzazione non governativa di diritto svizzero con sede a Losanna, composta da un centinaio di persone indipendenti spesso cooptate per  meriti sportivi. L’OMS (organizzazione mondiale della sanità) può prendere decisioni che producono effetti giuridici immediati sui sistemi sanitari dei singoli Paesi e perfino sui singoli cittadini. L’UNESCO, preposta alla tutela dei patrimoni architettonici e culturali, è arrivata ad un tale grado di autonomia da ammettere nel 2011 la Palestina, provocando gravi conseguenze diplomatiche ed il congelamento dei finanziamenti  Usa.

In questa selva di sigle, la trasparenza non è sempre garantita e la rappresentatività ancora meno. Eppure i sovranisti non elevano proteste e preferiscono prendersela con l’Unione, che è il più avanzato esperimento di statualità sovranazionale e ha tra i suoi principi ispiratori quello della sussidiarietà: al livello europeo spettano solo poteri non più esercitabili a livello nazionale. In settori di fondamentale importanza come la politica estera, la difesa, la sicurezza, l’immigrazione, i singoli Stati non contano niente e hanno da un pezzo perduto la loro sovranità. L’Unione è nata come Comunità economica oltre mezzo secolo fa con alcuni caratteri tipici delle organizzazioni internazionali, ma si è nel tempo evoluta offrendo sempre maggiore spazio alla partecipazione e alla rappresentanza. Il prossimo ci sarà dato dalle elezioni del 2019, che saranno anche l’occasione per ripensare lo stato delle nostre democrazie e cercare di adeguarle alle sfide della modernità. Sapremo comprenderne il significato?