Non c’è dubbio che stiamo vivendo un periodo di grandi eventi, per molti dei quali è difficile valutare le conseguenze. A fattor comune vi è l’evidenza che essi non riflettono sempre la volontà dei popoli, ma di uomini che, alla guida di regimi dittatoriali o che, in alcuni casi seppur eletti, perseguono comunque obiettivi legati ad ambizioni personali.

Senza commentare i casi più emblematici, come quello del Presidente della Corea del Nord, Kim Jong Un, promotore di imprese quasi folli come quella di sfidare il mondo con le sue armi nucleari, o come quello di Assad in Siria che ha sottoposto i suoi sudditi a quasi cinque anni di guerra civile per mantenere il suo potere, e senza entrare nel merito di quello che succede in tanti altri paesi in Asia ed Africa, dal Mianmar al Congo, all’Eritrea, al Sudan e alla Libia, ciò che nel 2017 potrebbe maggiormente influenzare la stabilità planetaria  sono i piani di Putin, Trump ed Erdogan.

Putin dal punto di vista dei Russi può avere sicuramente molti meriti. Ha ripescato il paese dal profondo di un abisso in cui era sprofondato nel primo periodo dell’era post-comunista, emarginando rapidamente la schiera di ex dirigenti del partito che si erano appropriati delle risorse naturali disponibili, ha posto in condizioni di non nuocere i terroristi islamici delle sue repubbliche autonome del Caucaso, ha riallacciato importanti rapporti internazionali, soprattutto con la Cina e attraverso la SCO (Shangai Cooperation Organization), ma ha anche riempito gli scaffali dei negozi di beni prima introvabili.

 Però ha anche approfittato della traballante situazione internazionale per appropriarsi con una zampata irreversibile della Crimea, ha appoggiato i movimenti filo russi ucraini per dissuadere l’Ucraina dal perseguire i suoi progetti di avvicinamento all’Europa Occidentale e alla NATO (come del resto aveva già fatto in Georgia), si è lanciato senza esitazione nel calderone incandescente della questione siriana per garantirsi il mantenimento delle sue basi di Latakia e Tartus, ma è anche stato il garante degli accordi per il controllo del nucleare iraniano.

Sono tutti obiettivi che con un minimo di preveggenza potevano essere discussi a priori e negoziati con la Russia da Stati Uniti ed Europa, che avrebbero potuto trarre reciproci vantaggi nel riconoscerli almeno in parte, evitando oggi di veder sbarcare in Germania carri armati americani e di pianificare da parte della NATO lo schieramento di truppe lungo la frontiera orientale della nuova Europa. Azioni queste che certamente non muteranno lo “status quo” e che non influiscono gran che sulle azioni future russe perché, verosimilmente, gli obiettivi che Putin aveva in mente sono già stati raggiunti e non è nel suo interesse provocare possibili reazioni dell’Occidente. Non bisogna infatti dimenticare che le sanzioni economiche a cui è stato sottoposto hanno danneggiato la sua economia ed il fatto che forse potrebbero essere almeno parzialmente alleggerite (come propongono un certo numero di stati dell’Europa) lo tratterranno da possibili passi falsi.

È pertanto prevedibile che per il prossimo futuro Putin si accontenti degli obiettivi raggiunti sia come importante attore nelle questioni medio-orientali, sia nei rapporti con la Cina e che attenda che il nuovo Presidente americano manifesti compiutamente i suoi propositi di dialogo con la Russia.

Trump rimane una delle maggiori incognite del panorama internazionale. A capo della più grande potenza economica e militare del mondo, almeno per il momento, ha fatto dichiarazioni che orientano verso un suo maggiore interesse in provvedimenti relativi alle questioni interne degli Stati Uniti, mentre sul piano internazionale ha espresso intenti spesso contradditori. Certamente, proprio per l’innegabile potere  che può esercitare, le cancellerie di tutto il modo attendono con attenzione di capire quali saranno le sue prime mosse. È indubbio che l’evoluzione degli Stati Uniti, che vede il paese progressivamente ispanizzarsi, lo costringeranno ad una maggiore attenzione verso l’America Latina, ma sono questioni che attengono soprattutto al sociale ed al campo economico, mentre sul piano strategico non potrà sottrarsi al disegno, già dei suoi predecessori, di continuare ad erigere una barriera di contenimento, o almeno di controllo, sull’evoluzione che la Cina può imporre alla regione del Pacifico. È pertanto probabile che continuino ad essere particolarmente curati i rapporti con l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud, ma anche con le Filippine e possibilmente con l’Indonesia ed il Vietnam.

Erdogan è stato il protagonista di atteggiamenti assai ambigui. Capo di un paese di fede sunnita ha forse accarezzato per qualche tempo l’idea di sostituirsi all’Arabia Saudita come referente dei Sunniti di tutta quella parte del mondo e forse anche di appropriarsi del progetto dell’ISIS di creare, almeno virtualmente, un nuovo grande Califfato di cui aspirava a diventarne il capo. Difficile spiegarsi altrimenti un suo tacito appoggio ad Abu Bakr al Baghdadi e la sua connivenza al traffico del petrolio contrabbandato dall’ISIS attraverso la Turchia.

Il suo recente voltafaccia al mondo sunnita, schierandosi invece a fianco degli Sciiti iraniani e a favore di una soluzione pro Assad, dando all’Iran una nuova possibilità di contendere all’Arabia Saudita, ma anche alla Turchia stessa, il ruolo di leadership strategica nella regione, sembra il tentativo di costruire un nuovo polo di potere, nel quale la Turchia intende svolgere una funzione primaria, insieme alla Russia e all’Iran.

Forse in questo progetto Erdogan vede anche un modo per opporsi alle crescenti pretese dei Curdi al suo confine,  sunniti anch’essi ed appoggiati da Stati Uniti e Arabia Saudita, di creare un nuovo stato curdo che potrebbe nuocere gravemente alla stabilità interna del suo paese. I recenti numerosi attentati terroristici che hanno colpito la Turchia, in parte di matrice curda ed in parte quale rappresaglia dell’ISIS per il suo voltafaccia, hanno forse dato una spinta ulteriore al leader turco a cercare nuove e forti alleanze anche sul piano del contenimento di questa nuova minaccia.

In questo quadro la grande assente è l’Europa. Dopo una  deludente politica economica, la mancata capacità di gestire in modo appropriato la questione dell’immigrazione, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la minaccia di altre defezioni, il fatto che i suoi rappresentanti non siano riusciti ad avere un ruolo trainante nei negoziati di Minsk per un cessate il fuoco in Ucraina, la soggezione continua alle decisioni americane contrarie al dialogo con Putin, l’incapacità di proporre soluzioni alle crisi medio-orientali, è evidente a tutti che l’Unione Europea ha la necessità di organizzare meglio la sua politica estera.

Se ciò volesse dire affidarsi ad un direttorio, e sarebbe forse il caso di riconoscerlo, senza una qualche decisione in merito, l’emarginazione non colpirebbe solo i paesi piccoli del continente, ma nemmeno la Germania, seppur fortissima economicamente, da sola avrebbe l’opportunità di dire la sua sulle questioni che si affacciano all’orizzonte.

Anche le maggiori organizzazioni internazionali hanno manifestato segni di grave debolezza. La NATO sembra da un lato soggetta ad imminenti decisioni dell’establishment di Trump che ne renderanno la vita più difficile a causa dei minacciati interventi di carattere economico. Anche alcune decisioni come quella dello schieramento di truppe al confine fra Polonia ed Ucraina e nei paesi baltici, e l’assenza di ogni iniziativa che riguardi il Nord Africa, non da segnali molto incoraggianti sulla opportunità di alcune delle decisioni prese dal Consiglio Atlantico.

L’altra grande organizzazione internazionale, sempre più nell’occhio del ciclone, è quella delle NAZIONI UNITE.

I suoi rappresentanti faticano a mantenere il controllo dei tavoli negoziali dei quali sono responsabili, i suoi contingenti di Peace Keeping sono efficaci solo se costituiti da reparti di eserciti ben preparati, ciò che sempre non è, e le missioni condotte in Africa sono talvolta incapaci di assumere il controllo della situazione. Al suo interno le riforme da tutti ritenute necessarie, il veto, la composizione del Consiglio di Sicurezza, le procedure di approvazione delle missioni, le regole d’ingaggio stentano a decollare e l’organizzazione non sembra in grado di reagire prontamente alle dinamiche delle crisi che vengono poste sui suoi tavoli. È sicuramente un grande vuoto che nessun singolo stato sarà in grado di riempire.

Il 2017 sarà pertanto un altro anno di grandi partite a scacchi, con mosse imprevedibili. Speriamo che i poveri pedoni non vengano ingoiati tutti nel corso della partita.